alla Filosofia Dialogica, Letteratura, Relazioni Internazionali, Scienze Interculturali, Diritti Umani, Diritto Civile e Ambientale, Pubblica Istruzione, Pedagogia Libertaria, Torah, Kabballah, Talmude, Kibbutz, Resistenza Critica e Giustizia Democratica dell'Emancipazione.



ברוך ה"ה







lunedì 29 novembre 2010

MORRO ou, ESQUECERAM-SE DE MIM

Pietro Nardella-Dellova

Os atuais acontecimentos no Rio de Janeiro não são tão atuais assim! O Rio foi esquecido faz tempo!

O Estado, seja ele em sua versão municipal, estadual ou federal, esqueceu-se do seu cartão postal mais expressivo, esqueceu-se das populações do morro, esqueceu-se de tal forma, que hoje, por absurdo que pareça, ratos podem tomar conta de milhares de pessoas!

Porque o Rio nada mais é que o “ato falho” (ou fálico) do Brasil e de seus governos aparentemente atrapalhados. Sim, aparentemente atrapalhados, posto que o que impera é o “status” de corrupção desde os vendedores de sorvete até os governos e poderes legislativos e executivos.

Canta-se o Rio, bebe-se o Rio e, agora, chora-se o Rio!

Deliberadamente viraram as costas aos morros, à população carente e às famílias, deixando todos nas mãos de canalhas de esgoto. Sim, canalhas, mas, canalhas com armamento das forças armadas! Canalhas, sim, mas canalhas com poder econômico – e financeiro, concedido por uma classe média desfigurada e abobalhada! Canalhas que recebem seu produto (ou produtos) para o tráfico das várias regiões da América do Sul. Produtos que entram, sem mais dificuldades, pelas divisas territoriais e aéreas da amazônia. Ninguém viu, ninguém sabe!

Os canalhas que (ainda) tomam conta do Rio – sejam eles os do tráfico, sejam eles os do tráfego, sejam eles dos gabinetes políticos, sejam eles das escolas de samba, criaram uma imagem de fantasia! O Rio precisa de higiene urgente e real!

E, no mesmo fluxo, diga-se, ainda, outras regiões do Brasil estão ao acaso. Cada vez mais os mesmos tipos, ou seja, “canalhas”, depredadores das florestas, dos rios, das reservas, destruidores do meio ambiente, corruptos de toda espécie, vaão se perpetuando em postos de poder decisório, seja executivo, legislativo e, por desgraça, o cambaleante judiciário!

É uma situação de pressa, de urgência.

Explico melhor! É a pressa de quem precisa roubar e desviar o mais urgente possível, de quem precisa (hoje ainda) encher seus sacos, cuecas, meias e intestinos do Erário! E, por outro lado, é a pressa de ir deixando à beira do caminho questões sociais não resolvidas, sejam elas de moradia, de saúde pública, de segurança pública ou, pior que tudo, de educação. É a pressa de legar à próxima geração as decisões de ontem, como, por exemplo, a que deveria ter resolvido a questão pós-escravidão no Brasil.

O Brasil e o Rio de Janeiro têm belezas indiscutivelmente únicas. Só não têm um Projeto Nacional definido e um Projeto de desenvolvimento regional. Enquanto seus políticos e toda a tessitura estatal se desfaz em mazelas e desvios, a população fica construindo castelos de areia na praia, alucinada no pó, sufocada nos fogos de artifício, ao som de “Garota de Ipanema”. Mas, nos esgotos, ou seja, no lixo social, crescem os ratos e proliferam as baratas "senzafine", pois ratos e baratas também têm pressa! Enquanto isso, populações inteiras sofrem, ora pelo descaso governamental, ora pelo abuso de vermes traficantes, ora pela truculência militar e, para tristeza de almas de poetas que povoaram aquele lugar, toda poesia e encanto vai ficando por conta de idiotas midiáticos!
Enfim, não nos equivoquemos. A limpeza não vem diretamente nos morros cariocas, mas, nos gabinetes, diretórios, secretarias, e outras bocas de lobo!

29 novembro 2010

© Pietro Nardella-Dellova é Escritor e Poeta. Professor de Direito e Arte Literária em graduação e pós-graduação. Mestre em Direito pela USP e Mestre em CRe pela PUC/SP. Pós-graduado em Direito Civil e em Literatura. Formado em Direito e em Filosofia. Mestre na Sinagoga Scuola. Membro da UBE – União B. dos Escritores. Autor dos livros AMO (89), NO PEITO (89), ADSUM (92), FIO DE ARIADNE (org/tex), A PALAVRA COMO CONSTRUÇÃO DO SAGRADO (98), A CRISE SACRIFICIAL DO DIREITO (2001) e, agora, do A MORTE DO POETA NOS PENHASCOS E OUTROS MONÓLOGOS (2009).

Outros textos, contato e informações vejam em seu Blog Café & Direito: http://nardelladellova.blogspot.com/
e pelo e-mail professordellova@libero.it

giovedì 18 novembre 2010

COLLOQUI DI PACE: UN APPIGLIO DI SPERANZA


di Giorgio Gomel,
Confronti, settembre 2010


Lo scetticismo domina nelle menti e nei cuori di israeliani e palestinesi, nel mondo degli esperti e dei diplomatici, circa un esito positivo della trattativa di pace appena avviata. Eppure è importante e confortante che, dopo una lunga e deprimente fase di stallo dai negoziati di Annapolis del 2007, costellata di episodi funesti, le due parti abbiano ripreso a trattare, con la mediazione e sotto la forte pressione degli Stati Uniti.

I sondaggi di opinione e le impressioni degli osservatori sul campo mostrano come nello stato d’animo dei due popoli dominino due sentimenti contrapposti. Da un lato, la consapevolezza che la soluzione di “due stati per due popoli” è l’unica possibile, e che essa esige la spartizione concordata di quella terra contesa e che il costo di un compromesso sui confini, Gerusalemme, gli insediamenti e il diritto al ritorno dei rifugiati è molto minore di quello del perpetuare lo status quo dell’occupazione e della violenza. Dall’altro, un pessimismo rassegnato, fatto di stanchezza, sconforto, frustrazione per i fallimenti trascorsi, circa la possibilità vera di un esito positivo del negoziato, per l’incapacità della classe politica delle due parti di pagare il costo della pace.

Per Israele, soprattutto, il momento è decisivo e la mancanza di una convinta mobilitazione dell’opinione pubblica e di un senso di urgenza per il futuro della nazione preoccupano. Nonostante ambiguità, diversivi dialettici e la naturale tentazione al procrastinare, dovrebbe essere chiaro che di tre cose – Israele come stato-nazione del popolo ebraico, Israele come democrazia, continua espansione delle colonie fino all’annessione di fatto della Cisgiordania –due sole si possono conseguire in un futuro non lontano.

O Israele rinuncia ai territori, sgomberando le colonie ed eventualmente negoziando uno scambio paritario di territori con il futuro stato di Palestina per quanto riguarda gli insediamenti più densamente popolati e prossimi alla “Linea verde” – Maaleh Adumin e Gush Etzion -, e conserva quindi la sua identità di stato “ebraico e democratico”, di stato, cioè, in cui gli ebrei sono maggioritari ma gli arabi godono della pienezza di diritti politico-civili di una minoranza nazionale.
Oppure, perpetuando l’occupazione dei territori, dà luogo a uno stato binazionale , in cui gli ebrei saranno minoritari in virtù della demografia, sacrificando quindi le fondamenta ideali e pratiche del sionismo.
Oppure, infine, annettendo i territori ma privando i palestinesi che vi risiedono di diritti civili e politici, conserva l’ebraicità dello stato, in un senso rozzamente etnico, ma in un regime di segregazione ed esclusione degli abitanti arabi che sarà bandito dalla comunità internazionale e segnato dalla guerra civile.

Per queste ragioni etico-politiche e di portata storica, il negoziato è oggi così decisivo e lo sforzo di mediazione degli Stati Uniti, con il sostegno della comunità delle nazioni, così essenziale. Né credo che si possa in questa occasione, diversamente dagli accordi di Oslo del 1993 e di altri successivi negoziati, mirare ad accordi interinali e provvisori. Si può, e certamente si dovrà, dare attuazione agli accordi con gradualità e con i necessari dispositivi di sicurezza; certamente, evacuare l’esercito e le colonie dalla Cisgiordania sarà un processo graduale. Il rimpatrio volontario dei coloni costerà molto al bilancio dello stato; indennizzi materiali saranno necessari. Sarà molto arduo evitare il confronto tra lo Stato d’Israele e i coloni più intransigenti, negli insediamenti più remoti e negli outposts sorti qua e là in contrasto con la stessa legge dello Stato.

Ma l’accordo dovrà riguardare lo “status” finale, e comprendere: i confini dei due stati; lo status di Gerusalemme, capitale fisicamente unita ma amministrativamente divisa dei due stati; il ritiro di circa 100.000 dei 300.000 coloni israeliani che risiedono in Cisgiordania, escludendo quindi coloro i cui insediamenti saranno oggetto di scambio di territori con lo stato di Palestina e coloro che accetteranno di vivere come minoranza ebraica in quello stato; il ritorno di una parte dei rifugiati palestinesi nel loro stato, tranne un numero limitato e già negoziato a Camp David e Taba nel 2000, che potranno unirsi alle loro famiglie in Israele e un numero rilevante di cui i paesi arabi dovranno accettare l’integrazione, invece della segregazione fisica e politica alla quale li hanno costretti dal 1948, con i dovuti indennizzi finanziari da parte di Israele.

Insomma, un quadro molto complesso. Sarebbe un forte e politicamente astuto atto di coraggio da parte dell’ANP di Abu Mazen, per ottenere subito la cosa principale – uno stato degno di questo nome -, offrire ad Israele di accettare grosso modo quelle condizioni, senza insistere su istanze massimaliste. La classe politica israeliana sarebbe costretta a scelte nette, rispetto alla sua opinione pubblica, agli Stati Uniti, all’Europa. La coalizione di destra al potere si sfalderebbe. Ne seguirebbe un governo più orientato al centro. Le possibilità di un accordo si farebbero più concrete.

Ragione, ragionevolezza, non solo il sogno utopistico della pace, spingono al negoziato, nonostante le immani difficoltà. L’estremismo degli oppositori del compromesso sarebbe sconfitto se il negoziato avanzasse. Per questo Hamas da una parte, i coloni più oltranzisti dall’altra agiscono per sabotare il negoziato. Ma, come disse Y. Rabin nei primi anni ’90, occorre combattere il terrorismo come se la pace già ci fosse e mirare a un accordo di pace come se il terrorismo non ci fosse.

Giorgio Gomel

fonte: Gruppo Martin Buber
http://www.martinbubergroup.org/