alla Filosofia Dialogica, Letteratura, Relazioni Internazionali, Scienze Interculturali, Diritti Umani, Diritto Civile e Ambientale, Pubblica Istruzione, Pedagogia Libertaria, Torah, Kabballah, Talmude, Kibbutz, Resistenza Critica e Giustizia Democratica dell'Emancipazione.



ברוך ה"ה







lunedì 4 luglio 2011

Così la Cina Reprime gli avvocati dei diritti umani



Così la Cina reprime gli avvocati dei diritti umani
di Riccardo Noury
Campagne

Come mai su 204.000 avvocati che praticano la professione legale in Cina, a occuparsi di processi dove sono in gioco i diritti umani sono rimasti poche centinaia?

La risposta è nel buco nero in cui è precipitato dal 2006 colui che, appena cinque anni prima, il ministero della Giustizia aveva proclamato “uno dei dieci migliori avvocati della nazione”.

Ma quando Gao Zhisheng (nella foto), tra i più celebri avvocati di tutta la Cina, ha iniziato a difendere i praticanti del movimento spirituale Falun Gong e i condannati a morte, è finito nell’altra lista: quella degli uomini di legge fuorilegge, pericolosi per la nazione.

Il suo caso non è l’unico. Da tempo, come denuncia un rapporto di Amnesty International presentato oggi a Hong Kong , il governo cinese sta cercando di mettere la museruola agli avvocati per i diritti umani.

Coperta da una cortina fumogena di recenti scarcerazioni plateali, come quelle di Ai Weiwei o di Hu Jia (che, peraltro, ha scontato fino all’ultimo giorno della sua condanna a tre anni e mezzo di prigione, nonostante le cattive condizioni di salute), la repressione delle autorità di Pechino contro ogni tentazione di replicare la “rivoluzione dei gelsomini” ha tolto dalla circolazione, solo quest’anno, oltre un centinaio di blogger, attivisti e, per l’appunto, avvocati.

Ampliando il raggio d’applicazione del reato di “incitamento alla sovversione”, gli avvocati che ancora hanno il coraggio di difendere imputati appartenenti a gruppi religiosi non riconosciuti, vittime di sgomberi forzati, manifestanti tibetani e uiguri e condannati alla pena capitale, vanno incontro alla sospensione o revoca della licenza, a pretestuose valutazioni d’idoneità annuali, fino alle minacce, alle sparizioni forzate e alla tortura.

Uno degli ultimi a essere finito nelle maglie repressive è Tang Jingling, un avvocato del Guangdong, che aveva difeso degli operai arrestati per aver protestato contro le condizioni di lavoro o perché lavoravano senza essere retribuiti. Dal 22 febbraio di quest’anno non si sa dove si trovi.

Torniamo al buco nero in cui è finito l’ex avvocato modello. Nel 2005 Gao Zhisheng scrive una serie di lettere aperte, pubblicate anche su siti esteri, in cui chiede la fine della persecuzione religiosa. Gli viene revocata la licenza. Tentano anche di simulare un incidente stradale per toglierlo di mezzo. Condannato a tre anni, per il consueto reato omnibus di “incitamento alla sovversione”, nel dicembre 2006 ottiene la sospensione della pena e viene posto agli arresti domiciliari nella provincia natale dello Shaanxi, sotto continua sorveglianza. In almeno un caso viene picchiato, dentro casa, coi bastoni elettrici.

Il 4 febbraio 2009 viene sequestrato dalla polizia e sparisce per 14 mesi. Riappare a Pechino nella primavera del 2010, quando erano già in molti a pensare che fosse morto. Si scoprirà poi che in quel periodo era stato tenuto segregato in vari centri di detenzione non ufficiali di Pechino, dello Shaanxi e dello Xinjiang. In diverse occasioni, era stato incappucciato, legato con cinghie, obbligato a rimanere immobile e in posizioni scomode per ore e ore, gli era stato detto che i figli avevano avuto un esaurimento nervoso. A più riprese gli agenti avevano minacciato di ucciderlo e di gettare il suo corpo in un fiume.

Al rientro a Pechino, il 7 aprile 2010, Gao Zhisheng rilascia un’intervista televisiva all’Associated Press: “Non ho più la forza di continuare. Le mie esperienze passate hanno fatto soffrire i miei cari. La mia scelta finale, dopo una profonda e attenta riflessione, è quella di cercare pace e tranquillità“.

Una scelta comprensibile. Ma alle autorità cinesi non basta averlo fiaccato e annichilito. Pochi giorni dopo, viene visto per l’ultima volta entrare in una macchina parcheggiata fuori dal suo palazzo, con uno zaino sulle spalle. Da allora, di Gao Zhisheng non si sa più nulla.

Lo scorso ottobre, sua figlia, fuggita negli Usa col resto della famiglia, ha inviato alla Casa Bianca questa lettera: “Presidente Obama, in quanto padre di due bambine, la prego di chiedere al presidente cinese Hu Jintao di svelare a questa figlia dove si trovi suo padre”.

È quanto tornano a chiedere da oggi le attiviste e gli attivisti di Amnesty International, con un appello mondiale, che chiedo alle lettrici e ai lettori di questo blog di sottoscrivere.

Nessun commento: