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ברוך ה"ה







lunedì 4 luglio 2011

Nicaragua, una farfalla contro gli stupri



Quattordicimilatrecentotrentasette. Sono le donne e ragazze che hanno denunciato di aver subito violenza sessuale, in Nicaragua, dal 1988 al 2008. In quasi la metà dei casi, avevano meno di 17 anni. Provate a fare un rapido calcolo, per capire quanti stupri vengono denunciati ogni giorno. E moltiplicate, moltiplicatelo tanto, quel numero, perché in Nicaragua come altrove l’accesso alla giustizia è una corsa a ostacoli, spesso troppo alti: te la senti di denunciare tuo padre, tuo zio, il vicino di casa, l’agente di polizia? E quando superi tutti questi ostacoli, il magistrato che troverai di fronte ti ascolterà con rispetto o insinuerà il sospetto che la colpa è tua? I medici da cui ti recherai, a tue spese, sapranno ascoltare e curare o ti inviteranno a tacere per non rovinare l’onore della famiglia o la carriera del politico stupratore?

Da anni, l’impressionante e scandalosa incidenza degli stupri e degli abusi sessuali nella società nicaraguense sono al centro delle preoccupazioni di organismi internazionali e delle campagne di Amnesty International. Senza assistenza, sole, tante ragazze abbandonano la scuola, si licenziano dal posto lavoro o addirittura, all’ennesima volta in cui incrociano, anche in casa, lo sguardo perfido dell’aguzzino, si suicidano.

Il trauma nel trauma, per chi ha subito uno stupro, incestuoso o da un estraneo, è di rimanere incinta. Dal 2008, per legge, l’aborto è considerato un reato in qualsiasi circostanza. Dopo essere state stuprate, le donne, sotto la minaccia di finire in carcere, sono obbligate a proseguire la gravidanza anche nei casi in cui la loro vita o la loro salute siano a rischio. Per una donna cui già lo stupratore ha negato ogni controllo sul suo corpo, si tratta di una legge insopportabilmente crudele. Chi ha i soldi va ad abortire a Miami; chi non li ha può scegliere tra la galera, i ferri clandestini o portare a termine la gravidanza, per poi scoprire che non esiste alcun programma di sostegno che consenta di assistere il nascituro o permetta alle madri di tornare a frequentare la scuola o rientrare al lavoro.

Altro che “Ay Nicaragua, Nicaragüita, la flor mas linda de mi querer”. Nel 2011, il Nicaragua e le sue cittadine non sono “il fiore più bello”, come si cantava negli anni della rivoluzione sandinista, quando teoria e teologia della liberazione erano entrate vittoriosamente nella capitale Managua per rovesciare la quasi cinquantennale dittatura della famiglia Somoza. Era il luglio 1979. Ne seguì un decennio furibondo, di resistenza e contro insurrezione, in cui l’amministrazione Usa, anche grazie alla vendita di armi all’Iran (la vicenda nota come scandalo Iran-contras), finanziò una guerra contro il governo sandinista, che ne finì strangolato e in cui persero la vita migliaia e migliaia di persone. Nel 1990 il governo convocò le elezioni e le perse. Da allora, Daniel Ortega, il presidente “liberatore”, passato in seguito indenne dall’accusa di molestie nei confronti della figliastra, si è posto un solo obiettivo: riprendere il potere, con qualunque mezzo e attraverso ogni alleanza possibile. Riproverà a stare ancora attaccato al potere, forzando la Costituzione, nelle elezioni presidenziali di novembre.

Ma prima di allora, ci sarà un appuntamento di grande importante per il futuro dei diritti umani delle donne nel paese. Il 28 settembre, le donne e le ragazze del Nicaragua manifesteranno pubblicamente affinché il governo agisca per porre fine alla violenza sessuale e depenalizzare l’interruzione di gravidanza. Amnesty International ha promosso un’azione di solidarietà, chiedendo di realizzare una farfalla che accompagnerà questa manifestazione e che, come ha scritto Martha Munguia dell’Alleanza nicaraguense dei rifugi per le donne, “…rappresenta il desiderio di realizzare i nostri sogni, aprire le nostre ali…combattere con forza per i nostri diritti.”

Non lasciamo sole le donne e le ragazze del Nicaragua!

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