alla Filosofia Dialogica, Letteratura, Relazioni Internazionali, Scienze Interculturali, Diritti Umani, Diritto Civile e Ambientale, Pubblica Istruzione, Pedagogia Libertaria, Torah, Kabballah, Talmude, Kibbutz, Resistenza Critica e Giustizia Democratica dell'Emancipazione.



ברוך ה"ה







mercoledì 26 ottobre 2011

L'ASSASSINIO DI YITZHAK RABIN ALLORA: E OGGI?, di Giorgio Gomel


L'ASSASSINIO DI YITZHAK RABIN ALLORA: E OGGI?
di Giorgio Gomel,

L’Unione informa, 10 novembre 2011

L’assassinio di Rabin fu un trauma collettivo enorme per Israele e per la Diaspora. Disvelò un humus profondo di fanatismo, di predicazione della violenza, di rifiuto degli accordi di Oslo e di un futuro di coesistenza pacifica fra israeliani e palestinesi, che allignava in Israele. Un movimento – quello dell’estremismo nazional-religioso – molto pericoloso per la natura democratica del paese e radicato in una concezione deformante dell’ebraismo, per la quale l’integrità della terra di Israele, i luoghi sacri, le pietre diventano oggetto di culto fino all’idolatria. Questo scoprirono Israele e gli ebrei della Diaspora in quei giorni del novembre 1995: che l’integralismo non è un nemico esterno, limitato all’Islam o all’induismo o agli evangelici americani, ma che – non solo da quei giorni, ma dagli anni ’70 – abitava dentro le proprie case, sotto i propri tetti; che anche nella terra di Israele si uccide nel nome di Dio, arrogandosi con folle insolenza una missione trascendente. Ho ritrovato il testo di una lettera che René Sirat, Gran Rabbino di Francia, indirizzò al Primo ministro Shimon Peres in quei giorni. E’ profondo e inquietante.” Quando un valore – anche se è un valore importante come il carattere sacro della terra di Israele – si trasforma in valore assoluto, in nome del quale ci si arroga il diritto di uccidere un ebreo, un arabo, un essere umano, esso diventa oggetto di idolatria. In tal modo si abandona il monoteismo affermato sul Sinai e che ordina “non ucciderai”, per abbracciare un culto straniero, quello della violenza e dell’odio…”

Oggi, 16 anni da quei giorni, questa aberrazione, l’uso politico della religione, non è scomparsa; inquina malignamente i movimenti del sionismo religioso, i partiti politici che ne riflettono le idee, gli estremisti che tra i coloni in Cisgiordania o nel cuore stesso di Israele vantano la paternità di quelle idee per giustificare le loro azioni violente e intimidatorie contro arabi ed ebrei.

Il Gen. Nitzan Alon (1), che comanda la divisione Giudea e Samaria dell’esercito di Israele, ha affermato in un’ intervista recente: “Dovremmo fare molto di più per fermare le violenze commesse dai coloni – il terrorismo ebraico - …la polizia non dovrebbe dedicarsi soltanto alla missione principale – la protezione dei coloni – ma anche a fermare gli estremisti… I coloni estremisti hanno dato alle fiamme varie moschee e distrutto acri di terre palestinesi coltivate a ulivi e fichi. La settimana scorsa hanno circondato un automezzo dell’esercito aggredendo i militari.”

Ancora in questi giorni, un crescendo di violenze e minacce contro arabi ed ebrei. Hanno inventato persino un nome per motivarle. In italiano suonerebbe “cartellino del prezzo”. Quando l’esercito, su decisione del governo o della Corte suprema, rimuove finalmente uno dei piccoli insediamenti abusivi in Cisgiordania, i coloni più oltranzisti reagiscono con spedizioni punitive. Il giorno prima di Kippur una moschea in Galilea viene data alle fiamme – e forse i rabbini nei loro discorsi agli ebrei raccolti nelle sinagoghe avrebbero dovuto ricordare e condannare un atto così esecrabile; un cimitero mussulmano e uno cristiano in Israele sono stati profanati; uliveti in Cisgiordania sono stati devastati per l’ennesima volta; scritte insultanti e minacciose sono state apposte sugli uffici di Peace Now e sulle case di attivisti per la pace.

Fino a quando?


Giorgio Gomel


(1) Israel’s West Bank general warns against radicals, New York Times, 11 ottobre 2011

fonte: GRUPPO MARTIN BUBER (due popoli, due stati)
*
*

Nessun commento: