alla Filosofia Dialogica, Letteratura, Relazioni Internazionali, Scienze Interculturali, Diritti Umani, Diritto Civile e Ambientale, Pubblica Istruzione, Pedagogia Libertaria, Torah, Kabballah, Talmude, Kibbutz, Resistenza Critica e Giustizia Democratica dell'Emancipazione.



ברוך ה"ה







giovedì 31 marzo 2011

LA PIAZZA È NOSTRA! (la piazza è veramente nostra?)

*

LA PIAZZA È NOSTRA!!!!

(la piazza è veramente nostra?)

Pietro Nardella-Dellova

*

Italia, Italia....fa la tua scelta

Oggi e non domani!

Ieri...cos'è ieri?

Cos'è la Storia?

Ieri è un giornale al vento...

La Storia è un libro dimenticato...

Il domani è una tomba turistica!

Oggi è la vita!

Cos'è il fuoco di Enea?

Il fuoco di Enea è il nostro fuoco ancora?

Il dolore di Prometeo, cos'è?

-il dolore di Prometeo è niente!

Italia, fa pubblicare la tua faccia!

Com'è la tua faccia?

Una bugia? Un fake?

Italia, Italia, dove sei tu?

Dov'è la tua Giustizia?

Fa la scelta della Giustizia...

Come farai? Themis o Dikè?

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(pensando al governo maledetto, nell'opposizione senza vita, nella Giustizia silenziosa e nel popolo nella piazza.... Piazza??? Ma cazz' cos'è la Piazza?)

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Pietro Nardella-Dellova, in Lettera di Viaggio, 2011





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VITA MARIA (vida Maria) de Márcio Ramos

mercoledì 30 marzo 2011

LILITH: SPAZIO SENZA FINE DELLA FACCIA D'AMORE

LILITH:

SPAZIO SENZA FINE

DELLA FACCIA

D'AMORE


Pietro Nardella-Dellova

q

u

e

s

t

a

donna

viene come la notte della sua immagine

con un soffio d'amore

e

dell'aria

e

rumore della canzone femminile


di

q

u

e

s

t

a


donna

piena della bellezza umana

e con sguardo singolare

di

poesia


perchè

viene ballando:

la danza dell'universo in movimento

e

pieno d'incanto...

d'una donna di ogni lettera dei poeti

che cercano del vino nell'ombelico


di

q

u

e

s

t

a

donna

con suoi occhi profondi

e lo spazio d'amore

e della gioia senza fine...

perche in ogni giorno

cammino verso al cielo,

verso al mare

e

volo libero


all'umbra della sua immagine

cercando della luce nel rosso delle sue labbra

piene di vita

e della notte alla sua mano destra

e

il giorno alla sua mano sinistra

e poi,

al centro,

ecco

la casa della Musica di questa


d


o


n


n


a

*


Pietro Nardella-Dellova,

in Lettera di Viaggio, 2011





*



L'INTERNAZIONALE versione italiana (Italian Version)

CHE COS'È L'ILLUMINISMO? (WAS IST AUFKLÄRUNG?) 1784, di Immanuel Kant

IMMANUEL KANT:

TESTO INTEGRALE E STUDI

CHE COS'È L'ILLUMINISMO?

(Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung)

1784


Gli spunti di riflessione presenti nel gruppo di lettura guidata su Kant, «Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo?» - Tutor: prof. Stefano Poggi1 (guida alla lettura di Kant organizzata dal Sito Web Italiano per la Filosofia all’interno del Forum Scuola. www.swif.it) sono alla base delle riflessioni presentate in questo file.


1. Origine dell’opera.


Il breve scritto è il contributo di Kant al dibattito intorno alla domanda “cosa è l’illuminismo” svoltosi negli anni 1783-1784 sulla “Berlinische Monatsschrift2” ed al quale prendono parte, oltre a Kant, alcuni dei protagonisti della cultura filosofica e letteraria della Germania della fine del Settecento: Hamann, Herder, Lessing, Mendelssohn, Schiller, Wieland. Occasionato da un intervento (nel fascicolo II del 1783) del predicatore e teologo Johann Friedrich Zöllner intorno alla possibilità di «non sancire più con la religione il patto matrimoniale», il dibattito – che ha luogo negli ultimissimi anni del regno di Federico II3 - è ricchissimo di presupposti, di echi e di implicazioni di carattere storico-politico nel senso più ampio su cui è impossibile in questa sede anche minimamente soffermarsi, anche se deve essere sottolineato con la massima chiarezza che la conoscenza di tale contesto – resa possibile da una letteratura oramai ampia e assai agguerrita – è in molti casi di grande utilità per la comprensione delle stesse formulazioni kantiane. D’altro canto, rimane nello stesso tempo fermo che queste ultime sono state termine di riferimento e di confronto in sé, indipendentemente da quelle che ne sono state l’occasione o l’origine. Ed è dunque su di esse in quanto tali che ci soffermeremo. Una puntualizzazione è necessaria. Kant – come del resto emerge subito con chiarezza – tratta del concetto filosofico di “illuminismo”, e non del movimento delle idee “illuministiche” in generale. Pare dunque opportuno (e ciò dovrebbe valere anche per la traduzione del titolo dello scritto kantiano) evitare l’uso dell’articolo (e quindi anche della maiuscola): “illuminismo” e non “l’Illuminismo”.


1 Stefano Poggi è professore ordinario di Storia della Filosofia all’università degli studi di Firenze. 2 «Rivista mensile di Berlino» 3 Re di Prusia dal 1740 al 1786 si formò attraverso le idee di Voltaire e la cultura illuministica del tempo. Prese parte alla Guerra di Successione Austriaca ed alla Guerra dei Sette Anni consolidando i confini dello stato prussiano. Introdusse l’istruzione elementare obbligatoria ed avviò una serie di riforme anche in campo giuridico ed economico che gli valsero l’appellativo di Federico il Grande. In questo scritto (§11) Kant ricorda che Federico concesse ai suoi sudditi la piena libertà di culto, il che è molto di più che semplice “tolleranza religiosa”.


2. Testo integrale di Kant


L'intelletto quale guida


(1) L'illuminismo è l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza - è dunque il motto dell'illuminismo.


(2) La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall'etero-direzione (naturaliter maiorennes), tuttavia rimangono volentieri minorenni per l'intera vita e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. È tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione. A far sì che la stragrande maggioranza degli uomini (e con essi tutto il bel sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, provvedono già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l'alta sorveglianza sopra costoro.


(3) Dopo averli in un primo tempo instupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste pacifiche creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo mostrano ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora questo pericolo non è poi così grande come loro si fa credere, poiché a prezzo di qualche caduta essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo genere rende comunque paurosi e di solito distoglie la gente da ogni ulteriore tentativo. È dunque difficile per ogni singolo uomo districarsi dalla minorità che per lui è diventata pressoché una seconda natura. È giunto perfino ad amarla, e attualmente è davvero incapace di servirsi del suo proprio intelletto, non essendogli mai stato consentito di metterlo alla prova. Regole e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale o piuttosto di un abuso delle sue disposizioni naturali, sono ceppi di una eterna minorità. Anche chi da essi riuscisse a sciogliersi, non farebbe che un salto malsicuro sia pure sopra i più angusti fossati, poiché non sarebbe allenato a siffatti liberi movimenti. Quindi solo pochi sono riusciti, con l'educazione del proprio spirito, a districarsi dalla minorità e tuttavia a camminare con passo sicuro.


La vocazione della ragione all'autonomia


(4) Che invece un pubblico si illumini da sé è cosa maggiormente possibile; e anzi, se gli si lascia la libertà, è quasi inevitabile. In tal caso infatti si troveranno sempre, perfino fra i tutori ufficiali della grande folla, alcuni liberi pensatori che, dopo aver scosso da sé il giogo della tutela, diffonderanno il sentimento della stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni uomo a pensare da sé. V'è al riguardo il fenomeno singolare che il pubblico, il quale in un primo tempo è stato posto da costoro sotto quel giogo, li obbliga poi esso stesso a rimanervi, non appena lo abbiano a ciò istigato quelli tra i suoi tutori che fossero essi stessi incapaci di ogni lume. Seminare pregiudizi è tanto pericoloso, proprio perché essi finiscono per ricadere sui loro autori o sui predecessori dei loro autori. Perciò il pubblico può giungere al rischiaramento solo lentamente.


(5) Forse una rivoluzione potrà sì determinare l'affrancamento da un dispotismo personale e da un'oppressione avida di guadagno e di potere, ma mai una vera riforma del modo di pensare. Al contrario: nuovi pregiudizi serviranno al pari dei vecchi a mettere le dande4 alla gran folla di coloro che non pensano. Senonché a questo rischiaramento non occorre altro che la libertà; e precisamente la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma da tutte le parti odo gridare: non ragionate! L'ufficiale dice: non ragionate, ma fate esercitazioni militari! L'intendente di finanza: non ragionate, ma pagate! L'ecclesiastico: non ragionate, ma credete! (C'è solo un unico signore al mondo che dice: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete, ma obbedite!) Qui v'è, dovunque, limitazione della libertà. (6) Ma quale limitazione è d'ostacolo all'illuminismo, e quale non lo è, anzi lo favorisce? Io rispondo: il pubblico uso della propria ragione dev'essere libero in ogni tempo, ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini; invece l'uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato. Intendo per uso pubblico della propria ragione l'uso che uno ne fa, come studioso, davanti all'intero pubblico dei lettori. Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito. Ora per molte operazioni che attengono all'interesse della comunità è necessario un certo meccanicismo, per cui alcuni membri di essa devono comportarsi In modo puramente passivo onde mediante un'armonia artificiale il governo induca costoro a concorrere ai fini comuni o almeno a non contrastarli. Qui ovviamente non è consentito ragionare ma si deve obbedire. Ma in quanto nello stesso tempo questi membri della macchina governativa considerano se stessi come membri di tutta la comunità e anzi della società cosmopolitica, e si trovano quindi nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono a un pubblico nel senso proprio della parola, essi possono certamente ragionare senza ledere con ciò l'attività cui sono adibiti come membri parzialmente passivi.


(7) Così sarebbe assai pernicioso che un ufficiale, cui fu dato un ordine dal suo superiore, volesse in servizio pubblicamente ragionare sull'opportunità e utilità di questo ordine: egli deve obbedire. Ma è iniquo impedirgli in qualità di studioso di fare le sue osservazioni sugli errori commessi nelle operazioni di guerra e di sottoporle al giudizio del suo pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare i tributi che gli sono imposti e un biasimo inopportuno di tali imposizioni, quando devono essere da lui eseguite, può anzi venir punito come uno scandalo (poiché potrebbe indurre a disubbidienze generali). Tuttavia costui non agisce contro il dovere di cittadino se, come studioso, manifesta apertamente il suo pensiero sulla sconvenienza o anche sull'ingiustizia di queste imposizioni. Così un ecclesiastico è tenuto a insegnare il catechismo agli allievi e alla sua comunità religiosa secondo il credo della Chiesa da cui dipende perché a questa condizione egli è stato assunto: ma come studioso egli ha piena libertà e anzi il compito di comunicare al pubblico tutti i pensieri che un esame severo e benintenzionato gli ha suggerito circa i difetti di quel credo, nonché le sue proposte di riforme della religione e della Chiesa. In ciò non v'è nulla di cui la coscienza possa venir incolpata. Ciò ch'egli insegna in conseguenza del suo ufficio, come funzionario della Chiesa, egli infatti lo espone come qualcosa intorno a cui non ha la libertà di insegnare secondo le sue proprie idee, ma che ha il compito di insegnare secondo le istruzioni e nel nome di un altro. Egli dirà: la nostra Chiesa insegna questo e quello, e queste sono le prove di cui essa si vale. Tutta l'utilità pratica che alla sua comunità religiosa può derivare, egli dunque la ricaverà da principi ch'egli stesso non sottoscriverebbe con piena convinzione, ma al cui insegnamento può comunque impegnarsi, perché non è affatto impossibile che in essi non si celi una qualche verità, e in ogni caso, almeno, non si riscontra in essi nulla che contraddica alla religione interiore. Se invece credesse di trovarvi qualcosa che vi contraddica, egli non potrebbe esercitare la sua funzione con coscienza; dovrebbe dimettersi. L'uso che un insegnante ufficiale fa della propria ragione davanti alla sua comunità religiosa è dunque solo un uso privato; e ciò perché quella comunità, per quanto grande sia, è sempre soltanto una riunione domestica; e sotto questo rapporto egli, come prete, non è libero e non può neppure esserlo, poiché esegue un incarico che gli viene da altri. Invece come studioso che parla con gli scritti al pubblico propriamente detto, cioè al mondo, dunque come ecclesiastico nell'uso pubblico della propria ragione, egli gode di una libertà illimitata di valersi della propria ragione e di parlare in persona propria. Che i tutori del popolo (nelle cose spirituali) debbano a loro volta rimanere sempre minorenni, è un'assurdità che tende a perpetuare le assurdità.



4 La danda è la cinghia con cui si legano i neonati per evitare loro di cadere quando non sanno ancora camminare.


Limiti degli impegni collettivi


(8) Ma una società di ecclesiastici, ad esempio un'assemblea chiesastica o una venerabile "classe" (come essa si autodefinisce presso gli olandesi), avrebbe forse il diritto di obbligarsi per giuramento a un certo credo religioso immutabile, per esercitare in tal modo sopra ciascuno dei suoi membri, e attraverso essi, sul popolo, una tutela continua, e addirittura per rendere eterna questa tutela? Io dico che ciò è affatto impossibile. Un tale contratto, teso a tener lontana l'umanità per sempre da ogni ulteriore progresso nel rischiaramento, è irrito5 e nullo in maniera assoluta, fosse anche che a sancirlo siano stati il potere sovrano, le Diete imperiali e i più solenni trattati di pace.


(9) Nessuna epoca può collettivamente impegnarsi con giuramento a porre l'epoca successiva in una condizione che la metta nell'impossibilità di estendere le sue conoscenze (soprattutto se tanto necessarie), di liberarsi dagli errori e in generale di progredire nel rischiaramento. Ciò sarebbe un crimine contro la natura umana, La cui originaria destinazione consiste proprio in questo progredire; e quindi le generazioni successive sono perfettamente legittimate a respingere quelle convenzioni come non autorizzate ed empie. La pietra di paragone di tutto ciò che può imporsi come legge a un popolo sta nel quesito se un popolo possa imporre a se stesso una tale legge. Ciò sarebbe sì una cosa possibile, per così dire in attesa di una legge migliore e per un breve tempo determinato, al fine di introdurre un certo ordine, ma purché nel frattempo si lasci libero ogni cittadino, soprattutto l'uomo di Chiesa, di fare sui difetti dell'istituzione vigente le sue osservazioni pubblicamente, nella sua qualità di studioso, cioè mediante i suoi scritti; e ciò mentre l'ordinamento costituito resterà pur sempre in vigore fino a che le nuove vedute in questa materia non abbiano raggiunto nel pubblico tanta diffusione e credito che i cittadini, con l'unione dei loro voti (anche se non di tutti) siano in grado di presentare al sovrano una proposta tesa a proteggere quelle comunità che fossero d'accordo per un mutamento in meglio nella costituzione religiosa secondo le loro idee, e senza pregiudizio per quelle comunità che invece intendessero rimanere nell'antica costituzione. Ma concentrarsi per mantenere in vigore, foss'anche per la sola durata della vita di un uomo, una costituzione religiosa immutabile che nessuno possa pubblicamente porre in dubbio, e con ciò annullare per così dire una fase cronologica del cammino dell'umanità verso il suo miglioramento e rendere questa fase sterile e per ciò stesso forse addirittura dannosa alla posterità, questo non è assolutamente lecito.


(10) Un uomo può per la propria persona, e anche in tal caso solo per un certo tempo, differire di illuminarsi su ciò ch'egli stesso è tenuto a sapere; ma rinunciarvi significa, per sé e più ancora per la posterità, violare e calpestare i sacri diritti dell'umanità. Ora ciò che neppure un popolo può decidere circa se stesso, lo può ancora meno un monarca circa il popolo; infatti il suo prestigio legislativo si fonda precisamente sul fatto che nella sua volontà egli riassume la volontà generale del popolo. Purché egli badi che ogni vero o presunto miglioramento non contrasti con l'ordinamento civile, egli non può per il resto che lasciare i suoi sudditi liberi di fare quel che credono necessario per la salvezza della loro anima. Ciò non lo riguarda affatto, mentre quel che lo riguarda è di impedire che l'uno ostacoli con la violenza l'altro nell'attività che costui, con tutti i mezzi che sono in suo potere, esercita in vista dei propri fini e per soddisfare le proprie esigenze. Il monarca reca detrimento alla sua stessa maestà se si immischia in queste cose ritenendo che gli scritti nei quali i suoi sudditi mettono in chiaro le loro idee siano passibili di controllo da parte del governo: sia ch'egli faccia ciò invocando il proprio intervento autocratico ed esponendosi AL rimprovero che Caesar non est supra grammaticos6, sia, e a maggior ragione, se egli abbassa il suo potere supremo tanto da sostenere il dispotismo spirituale di qualche tiranno nel suo Stato contro tutti gli altri suoi sudditi. 5 Privo di valore legale.


L'età dell'Illuminismo


(11) Se ora si domanda: viviamo noi attualmente in un'età illuminata? allora la risposta è: no, bensì in un'età di illuminismo. Che nella situazione attuale gli uomini presi in massa siano già in grado, o anche solo possano essere posti in grado di avvalersi con sicurezza e bene del loro proprio intelletto nelle cose della religione, senza la guida di altri, è una condizione da cui siamo ancora molto lontani. Ma che ad essi, adesso, sia comunque aperto il campo per lavorare ad emanciparsi verso tale stato, e che gli ostacoli alla diffusione del generale rischiaramento o all'uscita dalla minorità a loro stessi imputabile a poco a poco diminuiscano, di ciò noi abbiamo invece segni evidenti.


(12) A tale riguardo quest'età è l'età dell'illuminismo, o il secolo di Federico. Un principe che non crede indegno di sé dire che considera suo dovere non prescrivere nulla agli uomini nelle cose di religione, ma lasciare loro in ciò piena libertà, e che quindi respinge da sé anche il nome orgoglioso della tolleranza, è egli stesso illuminato e merita dal mondo e dalla posterità riconoscenti di esser lodato come colui che per primo emancipò il genere umano dalla minorità, almeno da pane del governo e lasciò libero ognuno di valersi della sua propria ragione in tutto ciò che è affare di coscienza. Sotto di lui venerandi ecclesiastici, senza pregiudizio del loro dovere d'ufficio, possono liberamente e pubblicamente, in qualità di studiosi, sottoporre all'esame del mondo i loro giudizi e le loro vedute che qua e là deviano dal credo tradizionale; e tanto più può farlo chiunque non è limitato da un dovere d'ufficio. Questo spirito di libertà si estende anche verso l'esterno, perfino là dove esso deve lottare contro ostacoli esteriori suscitati da un governo che fraintende se stesso. Il governo infatti ha comunque davanti agli occhi uno splendente esempio il quale mostra che nulla la pace pubblica e la concordia della comunità hanno da temere dalla libertà. Gli uomini si adoprano da sé per uscire a poco a poco dalla barbarie, purché non si ricorra ad artificiosi strumenti per mantenerli in essa. Ho posto particolarmente nelle cose di religione il punto culminante del rischiaramento, cioè dell'uscita degli uomini da uno stato di minorità il quale è da imputare a loro stessi; riguardo alle arti e alle scienze, infatti, i nostri reggitori non hanno alcun interesse a esercitare la tutela sopra i loro sudditi. Inoltre la minorità in cose di religione è fra tutte le forme di minorità la più dannosa ed anche la più umiliante. Ma il modo di pensare di un sovrano che favorisce quel tipo di rischiaramento va ancora oltre, poiché egli vede che perfino nei riguardi della legislazione da lui statuita non si corre pericolo a permettere ai sudditi di fare uso pubblico della loro ragione e di esporre pubblicamente al mondo le oro idee sopra un migliore assetto della legislazione stessa perfino criticando apertamente quella esistente. Abbiamo in ciò uno splendido esempio, e anche in ciò nessun monarca ha superato quello che noi veneriamo.


(13) Ma è pur vero che solo chi, illuminato egli stesso, non ha paura delle ombre e contemporaneamente dispone a garanzia della pubblica pace di un esercito numeroso e ben disciplinato, può enunciare ciò che invece una repubblica non può arrischiarsi di dire: ragionate quanto volete e so tutto ciò che volete; solamente obbedite! Si rivela qui uno strano inatteso corso delle cose umane; come del resto anche in altri casi, a considerare questo corso in grande, quasi tutto in esso appare paradossale. Un maggiore grado di libertà civile sembra favorevole alla libertà dello spirito del popolo, però pone ad essa limiti invalicabili; un grado minore di libertà civile, al contrario, offre allo spirito lo spazio per svilupparsi con tutte e sue forze. Se dunque la natura ha sviluppato sotto questo duro involucro il germe di cui essa prende la più tenera cura, cioè la tendenza e vocazione al libero pensiero, questa tendenza e vocazione gradualmente reagisce sul modo di sentire del popolo (per cui questo, a poco a poco, diventa sempre più capace della libertà di agire), e alla fin fine addirittura sui principi del governo il quale trova che è nel proprio vantaggio trattare l'uomo, che ormai è più che una macchina, in modo conforme alla sua lui dignità.


6 Il motto deriva da un aneddoto avvenuto nella Roma imperiale. Svetonio racconta che Tiberio, in un discorso, utilizzò una parola inesistente. Il servile Atteio Capitone propose allora di introdurla da quel giorno nel novero dei termini della lingua latina, ma il grammatico Marco Pomponio Marcello disse: «Tu enim Caesar civitatem dare potes hominibus, verbo non potes». Secondo altri l’aneddoto è di molto posteriore. Nel Concilio di Costanza l’imperatore Sigismondo, parlando dello scisma interno alla chiesa cattolica, coniugò il sostantivo come se fosse di genere femminile. Il cardinale che gli sedeva a fianco gli fece osservare, parlando sottovoce, che schisma era un neutro, ed allora Sigismondo gli rispose: «Ego sum Rex Romanus et super grammaticam».


3. Contenuto dell’opera.


(1) Kant muove dalla formulazione di quella che è la tesi centrale dello scritto: l’uomo “si illumina” allorché riesce ad abbandonare una condizione di cui è peraltro egli stesso responsabile, che egli non può imputare ad altri che a sé stesso. Tale condizione è rappresentata da uno stato di sudditanza nei confronti di chi, facendogli da “tutore”, lo tiene in una condizione di “minorità”. Se per “minorità” va intesa l’ “incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro”, è evidente che l’uomo ne porta la responsabilità nella misura in cui, pur potendo contare sul proprio intelletto, tuttavia rinuncia a farne uso. È quindi necessario – Sapere aude, come afferma Orazio in Epistulae, I, 2, 40 – avere il coraggio di sapere, di servirsi della propria intelligenza.


(2) (3) Le cause del permanere di molti uomini in uno stato di minorità, di cui essi stessi portano la responsabilità, sono la pigrizia e la viltà, dato che è in realtà assai facile ed anche per così dire comodo affidarsi alla guida di un “tutore”. La pigrizia per cui, ad esempio, si afferma che “purchè io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare” si allea così al timore di procedere ad un secondo tentativo dopo il fallimento del primo. Tuttavia deve essere riconosciuta la difficoltà di uscire da uno stato di “minorità” divenuto una sorta di vera e propria disposizione naturale anche perché a ciò concorrono regole e formule che operano con carattere “meccanico”, come veri e propri automatismi in un modo di usare della ragione che in realtà non è un farne effettivamente uso.


(4) (5) (6) (7) È nondimeno possibile che si avvii il processo di emancipazione dell’uomo se a questi – al “pubblico”, alla società – viene garantita la possibilità di un pieno esercizio della libertà; pieno esercizio che è tale da garantire quella vera trasformazione nel modo di pensare che è peraltro impossibile con una rivoluzione che può portare solo alla fine di un dispotismo personale, ma non alla eliminazione di ogni pregiudizio. L’esercizio della libertà conduce infatti al pieno uso della ragione; ma nello stesso tempo è necessario distinguere tra un “uso pubblico” e un “uso privato” della ragione. Il primo è quello che ne viene fatto nei termini della libertà intellettuale dello studioso; il secondo è invece quello che si dà allorché il membro di una comunità investito di responsabilità che riguardano l’interesse generale è tenuto ad assicurare il buon funzionamento dei “meccanismi” che regolano la comunità medesima e può dunque trovarsi a dovere limitare l’uso della propria ragione, obbedendo a quanto richiesto dai fini comuni ancorché possa nel privato non condividerli. Esempi come quelli del militare tenuto alla disciplina o del pastore tenuto a rispettare il credo della sua Chiesa nello svolgimento del suo ministero sono sotto questo profilo paradigmatici.


(8) (9) L’opportunità, la stessa se si vuole indispensabilità di un “uso privato” della ragione non può in ogni caso tradursi – Kant sottolinea d’altronde esplicitamente che la questione del come l’uomo può, anzi deve “illuminarsi” ha il suo “punto culminante” proprio sul piano delle “cose di religione” – nella stipula di un “contratto” tra i membri di una classe, di un gruppo di “tutori” tale che in esso sia contemplata l’immutabilità delle credenze di cui è loro affidata la diffusione. L’ “uso pubblico” della ragione – quello per cui lo studioso, l’intellettuale si rivolge al mondo, al di là della comunità cui egli appartiene – impone che venga tenuto conto in misura prima e fondamentale di quella che è la effettiva natura dell’uomo, di quella che ne è l’autentica ed essenziale “destinazione”: quella di progredire nella conoscenza e di essere in pieno possesso della possibilità di scegliere affidandosi all’esercizio della ragione. La scelta soggettiva – libera e responsabile a un tempo, e tale per cui vi è un legame essenziale tra volontà e conoscenza – di non “illuminarsi” è perfettamente legittima; ma deve essere chiaro nel contempo che la rinuncia ad “illuminarsi”, che di per sé è comunque una decisione di rimanere nello stato di “minorità” dettata da un difetto di volontà che conduce alla pigrizia o alla viltà, non può in alcun modo tradursi nella imposizione di analoga rinuncia alle generazioni future. In tal modo sarebbero infatti calpestati i “sacri diritti dell’umanità”, che sono tali anche per il sovrano, nella cui volontà si “riassume” la “volontà generale del popolo”.


(10) (11) (12) Kant non ritiene che la sua epoca sia ancora un’epoca “illuminata”. È però anche vero che essa è da considerare un’ “età di illuminismo”, un’età dunque nella quale si è avviato un processo di progressiva uscita degli uomini dallo stato di “minorità”, di emancipazione dunque dalle diverse possibili forme di “tutorato”. Si tratta di un processo reso possibile dalla eliminazione di una serie di ostacoli alla professione della libertà in tutto ciò che è affare di coscienza; e tale eliminazione è stata deliberata, è stata voluta da un “principe” – appunto Federico II - che “respinge da sé anche il nome orgoglioso di tolleranza” per promuovere uno spirito di libertà che lo conduce a considerare “come un dovere di nulla prescrivere agli uomini nelle cose di religione”, e dunque proprio in quelle “cose” in cui la “minorità” è “la più dannosa ed anche la più umiliante”. Non solo: Kant tiene a sottolineare con pieno consenso che il “modo di pensare” di Federico è tale anche da ammettere il pieno esercizio della ragione anche nell’esame critico delle legge da lui promulgate, in vista di quello che ne deve essere il continuo miglioramento.


(13) A Kant è nondimeno ben chiaro che proprio l’organizzazione militare dello stato prussiano è quella che assicura il mantenimento d’una struttura statale basata sul principio della obbedienza che è garanzia non solo della “pubblica pace”, ma anche del massimo grado di libertà nell’esercizio della ragione. Al sovrano “illuminato” è possibile garantire quello che una repubblica non può in realtà assicurare, e cioè l’obbligo alla obbedienza, essenziale al mantenimento di qualsiasi consorzio civile. Quello che appare come il carattere quasi paradossale del “corso delle cose umane” è da Kant volutamente sottolineato. Il crescere in intensità della “libertà civile” può sembrare in linea di principio solo positivo, nella misura in cui pare favorire la “libertà dello spirito del popolo”. Ma in realtà esso pone dei limiti – e si tratta di “limiti insuperabili” – a quest’ultima, poiché è evidente che essa, nello scontro di ogni libertà dei singoli l’una contro l’altra, non può – in uno stato di anarchia in cui regna solo l’arbitrio - non finire con il paralizzarsi. Il vero compiersi della “libertà dello spirito del popolo” lo si ha invece con lo sviluppo di quella tendenza, di quella vera e propria “vocazione” al “libero pensiero” che, col maturare di un “germe” in essa posto dalla natura, prende forma e consistenza nella interiorità degli uomini per poi arrivare a ispirarne il sentire e quindi l’agire come agire libero e volontario che fa dell’uomo qualcosa di ben superiore ad una pura e semplice “macchina”.


4. Struttura schematica dell’opera.


a. L’uomo è un essere dotato di ragione e che dalla natura è stato reso da tempo maggiorenne.


b. L’uomo può rimanere peraltro in uno stato di “minorità”, per sua scelta e obbedendo alla pigrizia, alla viltà etc.


c. L’uomo si pone così sotto tutela. E i suoi “tutori” lo considerano come un animale domestico.


d. “Illuminismo” è un processo di emancipazione da questi “tutori”.


e. Tale processo può essere individuale, ed essere possibile per i pochi che sono in grado di esercitare appieno la propria riflessione.


f. Il processo può investire l’intera società, se viene assicurata la libertà. Tale libertà è innanzitutto libertà di opinione e di espressione.


g. L’uso che può essere fatto della libertà è “pubblico” oppure “privato”. Il primo è illimitato: è la libertà della discussione e della elaborazione teorica. Il secondo può invece essere sottoposto a delle limitazioni in chi, esercitando una funzione pubblica, è tenuto innanzitutto alla salvaguardia del bene comune.


h. Il processo di “illuminismo” è favorito in misura decisiva da uno stato che innanzitutto nelle questioni religiose assicuri il rispetto della libertà di coscienza.


i. La tendenza ad esercitare il libero pensiero è insita nella natura umana, che non è quella di una macchina. Lo sviluppo di tale tendenza è possibile solo se il contemporaneo sviluppo della “libertà civile” viene governato in modo da non trasformarsi in anarchia.


5. Suggerimenti per l’avvio della discussione.


a. L’attenzione deve andare innanzitutto alla concezione della natura umana che guida le considerazioni kantiane: l’uomo come essere dotato di ragione, di libertà e di volontà.


b. Senza tenere conto di tale concezione – quella cioè di una “destinazione” dell’uomo ad un progresso reso possibile dalla maturazione di un “germe” insito nella sua natura – è difficile intendere le argomentazioni svolte da Kant in uno scritto che ha anche delle valenze politico-ideologiche immediate.


c. Nello stesso tempo è necessario porre molta attenzione al capoverso conclusivo (13), dal momento che in esso risulta evidente che Kant ha anche ben presente che proprio il carattere di ente libero e capace di agire dell’uomo porta con sé il pericolo della reciproca sopraffazione. Tale esiziale pericolo può essere rimosso solo con l’esercizio della ragione come funzione intellettuale in grado di individuare principi che garantiscano un punto d’equilibrio tra l’individuo e la società come insieme di individui, ferma in ogni caso restando per Kant la fondamentale dimensione della interiorità come radice della libertà e della volontà.


6. Edizioni italiane dell’opera


Che cos’è l’illuminismo? Riflessione filosofica e pratica politica, a cura di N. Merker, Roma, Editori Riuniti, 1987. Immanuel Kant, Scritti di storia, politica e diritto, a cura di F. Gonnelli, Roma-Bari, Laterza, 2003.


Fonte di questo texto: http://www.atuttascuola.it/


TEXTO DE KANT EM PORTUGUÊS: http://nardelladellova.blogspot.com/2010/08/o-que-e-o-iluminismo-de-kant.html *******

martedì 29 marzo 2011

DIREITO À INTIMIDADE E O NOVO DIVÓRCIO NO DIREITO DO BRASIL (aspectos da EC/66)

DIREITO À INTIMIDADE

NO NOVO DIVÓRCIO DIRETO

NO DIREITO DO BRASIL

(aspectos da EC/66)

Pietro Nardella-Dellova


Novos ares no direito “brasiliano” ao divórcio. Aliás, diria, no sagrado direito ao divórcio! Sagrado em qualquer parte do mundo (refiro-me por via obliqua ao direito de estar e não estar com alguém).


Pois bem, o Parágrafo 6º do Artigo 226 da Constituição Federal do Brasil (CF/88) foi alterado pela Emenda Constitucional 66 (EC 66) no final de 2010, pondo um ponto final a uma situação jurídica que envolvia, e de forma inconstitucional atingia, a dignidade das pessoas, ferindo-as na intimidade e no direito “exclusivamente privado” de escolher estar e não estar com alguém! Explico melhor.


Aquele Parágrafo legitimava a separação (judicial ou de fato) e a impunha, nos prazos de um e dois anos respectivamente, como requisito prévio para o Divórcio. Estupidez e resquício religioso conservador no texto constitucional. Mas, além da estupidez jurídica, sobretudo, em face de um povo que se pretende civilizado, havia ali, tanto no Parágrafo modificado como e, principalmente, nos dispositivos afins do Código Civil brasileiro e na Lei do Divórcio, uma violação a outro dispositivo – e princípio - constitucional (em nada estúpido), ou seja, o do Artigo 5º, X “são invioláveis a intimidade, a vida privada, a honra e a imagem das pessoas (...)”.


Entretanto, antes da correção do parágrafo do Artigo 226 da CF/88 que resolve em certa medida a questão familiar degenerada, as partes poderiam fazer, e faziam, com requintes de crueldade e desrespeito (tendo o Judiciário inteiro como platéia e o sistema jurídico como legitimador) uma verdadeira devassa na vida privada e íntima dos cônjuges, submetidos, até então, ao incompreensível intrometimento do Estado nas questões particulares, aliás, íntimas!!!


Desdobramentos de um sistema equivocado (no mínimo) que permite entre seus Institutos as oscilações religiosas medievais! Antes da EC 66, os cônjuges poderiam e deveriam levar como motivadores para o pedido de separação judicial litigiosa, o disposto nos Artigos 1572 e 1573 do Código Civil. Ou seja, a parte poderia (e deveria) expor a vida privada – e íntima – do outro no cenário forense para justificar seu pedido. Ataque explícito à intimidade da pessoa.


O único motivo que poderia levar um casal à separação judicial, litigiosa ou consensual (e hoje, apenas divórcio direto), bem como à separação de fato e, em piores situações, à separação de corpos (estas últimas mantidas), é a falta de amor, de afeto e de amizade ou, em outras palavras, à decadência daquela relação que liga um ser humano a outro. O amor, o afeto e a sensação de amizade conduzem à relação conjugal e familiar. A sua falta, à separação e ao divórcio direto.


O mesmo direito que tem uma pessoa em se casar é, com segurança, o direito que tem em se divorciar.


Não deve o juiz aceitar quaisquer motivações que atinjam a integridade emocional e intimidade da outra pessoa. Aliás, à luz do texto constitucional não deve o juiz sequer aceitar o pedido de separação e, caso haja algum processo de separação em curso, deve propor às partes sua conversão imediata em divórcio e, caso não queiram, determinar a extinção do processo. Não há mais pedido de separação que receba a tutela jurisdicional – pedido impossível.


Por outro lado, ainda, no que respeita ao instituto, não se deve dar ao casamento o status de sacramento (ao menos, não no direito que deve ter, sempre, o senso de civilidade e não de religiosidade). O que se pretende pelo Direito é a proteção da pessoa, especialmente, da pessoa natural e não, como ocorre no caso do Matrimônio, ao instituto em si.


Respeitadas as posições religiosas de quaisquer grupos desde que adstritas ao seu espaço reservado de ensinamento e doutrinamento. Já é, por si só, um absurdo que haja nas vias públicas, pregadores, missionários, catequizadores, propagadores de religião e, muitas vezes mais absurdo que os mesmos grupos atuem no Congresso para estabelecer normas de comportamento que lhes agrade quando, a sociedade é laica, plural, formada de uns e outros.


Direito bom é o que serve e atende a todos de forma indiscriminada!!!


Mantidas as razões dos indicados Artigos do CC/02, bem como os prazos para se ajuizar o Divórcio (dois anos no caso de separação de fato e um ano, no de separação judicial), além de ferir a inteligência média de qualquer jurista, fere, também, o novo dispositivo Constitucional e, sobretudo, atinge a pessoa em sua intimidade e privacidade, pois no sistema, agora revogado, uma das partes, por ódio, desprezo ou espírito vingativo, poderia alegar o que quisesse – verdadeiro ou não, expondo o seu antigo “amor” ao dano moral.


Va bene, è finito!


Com a correta modificação constitucional (embora atrasada em décadas) e, ainda que se mantenham artigos monstrengos no Código Civil brasileiro – não expressamente revogados - as pessoas podem requerer o divórcio direto sem se preocuparem com prazos ou pré-requisitos. Assim como podem se casar, podem, também, se divorciar! Não se fala mais em separação, exceto aquela de fato (quando sem quaisquer formalidades cada qual vai para seu canto e segue sua vida) ou, quando a relação for abusiva, a separação de corpos, como medida cautelar!


Apesar dos novos e bem-vindos ares constitucionais, existem inúmeros operadores do Direito, sejam advogados, promotores ou juízes, que não estão seguros quanto a isso. Simples característica de uma formação retrógrada e formal que vê no Divórcio um ataque ao Matrimônio, e o compreende de forma instrumental. Divórcio, poderiam entender, não é uma “ação”, um instituto processual, mas um direito material, substancial, de quem, não importa a razão, decide não continuar vivendo (e convivendo) com quem não lhe atende aos anseios físicos, emocionais, intelectuais ou sociais – elementos básicos de constituição de uma pessoa e, em qualquer caso, de uma relação EU-TU.


Chegará um tempo, conforme evolui a mentalidade de um povo, em que as pessoas serão consideradas como seres humanos, merecendo respeito individual de suas decisões e opções. Quando chegar este tempo não haverá necessidade de religião nem de platéia e, possivelmente, nem de Direito positivo. As pessoas decidirão sobre suas vidas, e ponto!


Resumo da Palestra proferida na ESADE, Porto Alegre, RS, em 17 de março de 2011


© Pietro Nardella-Dellova é Escritor e Poeta. Professor de Direito e Arte Literária em graduação e pós-graduação. Mestre em Direito pela USP e Mestre em CRe pela PUC/SP. Pós-graduado em Direito Civil e em Literatura. Formado em Direito e em Filosofia. Mestre na Sinagoga Scuola. Membro da UBE – União B. dos Escritores. Autor dos livros AMO (89), NO PEITO (89), ADSUM (92), FIO DE ARIADNE (org/tex), A PALAVRA COMO CONSTRUÇÃO DO SAGRADO (98), A CRISE SACRIFICIAL DO DIREITO (2001) e, agora, do A MORTE DO POETA NOS PENHASCOS E OUTROS MONÓLOGOS (2009).


Outros textos, contato e informações vejam em seu Blog Café & Direito: http://nardelladellova.blogspot.com/ e contatos pelo e-mail professordellova@libero.it

lunedì 28 marzo 2011

A NAPOLI

A NAPOLI L'ANIMA DEI POETI DI TUTTI I TEMPI SI TROVA IN OGNI PIETRA, IN OGNI LUOGO...

Pietro N-Dellova

domenica 27 marzo 2011

LA LIBERTÀ È UNA BUGIA

LA LIBERTÀ È UNA BUGIA !!!

(Pietro Nardella-Dellova)


La libertà per vivere...

dov'è la libertà per vivere?

La libertà per esistere...

dov'è la libertà per esistere?

La libertà di esser umano...

dobv'è la libertà di esser umano?

Il mondo della libertà è così

...che non si può vivere,

...neanche esistere,

...neanche esser umano?

Questo mondo non è!!!

Questa libertà è una bugia...


Pietro Nardella-Dellova,

in Lettere di Viaggio, marzo 2011




*

REGALO D'AMORE ALLA DONNA ISLAMICA !!!!

*


REGALO D'AMORE ALLA DONNA ISLAMICA!!!



..e finalmente il velo non salva le donne,

neanche il Corano,

neanche Mohamed,

ma l'umanitá persa da tempo.....

Basta con la violenza contro le donne!!!!!!!





*


giovedì 24 marzo 2011

VOGLIA DI VIVERE


VOGLIA DI VIVERE
(Pietro Nardella-Dellova)

Io ho voglia di vivere
di vivere senza paura
-esistere senza mura-
voglia di camminare
-amare e volare nella mia gioia-

camminare senza paura...

Vivere e guardare negl'occhi blu
o negl'occhi neri
-e baciare senza fine giù e su-
-baci d'amori veri-

Vivere come persona naturale
senza limite, senza male

Vi ...

Pietro Nardella-Dellova, in Lettere del Viaggio, 2011

venerdì 11 marzo 2011

ESTRUTURA e TRECHOS do livro A MORTE DO POETA NOS PENHASCOS E OUTROS MONÓLOGOS


AMIGOS E AMIGAS, CONHEÇAM A
ESTRUTURA e alguns TRECHOS do LIVRO

A MORTE DO POETA NOS PENHASCOS E OUTROS MONÓLOGOS
Ed. Scortecci, 2009, 312 p
de Pietro Nardella-Dellova

Que pode ser adquirido pela Livraria Cultura http://www.livrariacultura.com/



ESTRUTURA

א

de Napoli para São Paulo:
minha Marreta e minhas Borboletas - 15

ב

De São Paulo para New York:
Com Baci Allegretti em Dueto - 61

ג

De New York para Fondi:
Guarda la Luna, Mamma! - 107

ד

De Fondi para Jerusalém:
Um Sopro em direção ao Judaísmo - 139

ה

De Jerusalém para São Paulo:
E proibiram os Cafés no Pátio e roubaram o Giz - 197

ו

Entre São Paulo e Rio de Janeiro:
A pós-modernidade: A Hora e a Vez dos Ratos - 239

ז

Movimento em direção
a Napoli: porque ali as Almas voltam aos Corpos - 263




ALGUNS TRECHOS DO LIVRO
A MORTE DO POETA NOS PENHASCOS E OUTROS MONÓLOGOS


Pág 11

[...] porque eu estava no pátio olhando, à distância, a dança, a cantiga, e ela sentou-se ao meu lado e olhou pra mim, e porque todos os dias comíamos o seu lanchinho no pátio. E ela enchia a tampinha de suco e eu enchia sua lancheira de Poesia [...]

Pág 15

[...] Amor, eu vou, e volto. Tenho que combater monstros [...]
[...] O avião pousou em Napoli. Tem que ser Napoli e não Nápoles! O sol já se punha em um final de tarde frio, muito frio ... Eu e meu filho fomos tomados de emoção quando pedimos o nosso macchiato ... queríamos redescobrir mais de nós mesmos e de nossas vidas [...]

Pág 18

[...] Ele me olhava com seus olhos iluminados por tudo o que é humanamente sagrado, e foi tirando o pedaço de pão caseiro do casaco, mas, respeitou alguns minutos do silêncio e, só depois, perguntou o que faríamos.
Figliolo trouxemos o pão para honrar nossos pais. Vamos lançar aí, sobre estas águas, porque sempre visitamos nossos pais, levando pão como sinal de bênção e alegria [...]
[...] pus a mão na água fria, muito fria,e tive a sensação de que o mundo não pode acabar. A Poesia salvará o mundo da perdição, a Poesia fará o cego enxergar e fará mulheres e homens melhores, sãos e humanos, mas, se a Poesia não salvar o mundo, ao menos, salvará a mim mesmo e já é bastante! [...]

Pág 21

[...] Mas, não importa.
As impressões, as primeiras impressões, que você plantou em mim como babbo, e a instrução que me deu como rabi, estão tão profundamente arraigadas que se converteram em princípios, dos quais eu não me perco facilmente.
Quaisquer que sejam as dificuldades, babbo mio, meu amigo para sempre, não converto D’us em ídolo nem a Torá em magia; não me alimento da gordura das ovelhas nem me visto com sua lã e não piso em formigas. E
as mulheres, mesmo quando um pouco confusas, continuam poesia puríssima e bênção divina.
Sigo o caminho da simplicidade, preferindo trilhas em vez de ruas asfaltadas. Continuo não gostando do cimento e do concreto que oprimem a terra e fico feliz, muito feliz, ao ver as raízes das árvores arrebentando as calçadas, vencendo o concreto e desfazendo a idiotice generalizada. Odeio copinhos, saquinhos, garfinhos, pratinhos e outras coisas de plástico que sufocam o mundo e me entristeço, facilmente, com os lugares manchados de sangue inocente.
E, ainda, luto contra a força terrível da coisificação que quer fazer de mim, do meu pensamento, da minha consciência, da minha pesquisa, da poesia, da mulher amada, da fé, dos professores, dos alunos, dos representados nos tribunais, dos filhos e do sentimento, coisas entre outras coisas de mercado! [...]

Pág 23

[...] Quero o mergulho pleno, o sereno nas faces ungindo e o interior de qualquer coisa em que repousa a brisa....ah, que ventura tanta!...a brisa que encanta faz-se tempestade que urra, a planície se descobre outeiro no aventureiro espírito do Poeta que desperta a própria madrugada na insônia eterna e sonha alma descoberta. [...]

Pág 34

[...] Aliás, deixe fora o que ama qualquer coisa e despreza o humano e o Eterno, sobretudo, o íncubo opressor, preconceituoso, prepotente, corporativista, agiota, banqueiro, latifundiário, traficante, legalista, pedófilo, sádico, mercenário, imperialista, nazista, fascista, antissemita, terrorista, torturador, carrasco (e qualquer vampiro e parasita) e, ainda, o súcubo covarde, invejoso, voyeur, masoquista, fanático, racista (negro ou branco), monarquista, republicano caffellatte, getulista, militarista, antiético, traidor, que abraça e ri o riso odontológico, sem razão, e não olha nos olhos. O mentiroso, carlista, malufista, congressista (e qualquer hospedeiro e escória da humanidade) [...]

Pág 51

[...] Em Jerusalém encontramos pessoas iniciadas nas práticas verticais e mulheres cobertas. Mas, em Napoli, o melhor é não deixar sua mulher desacompanhada, caso ela seja bonita! Sendo muito bonita mesmo, dedique-se a ela diuturnamente, e se tiver um filho, cubra sua mulher de terra e mar e, se tiver dois filhos, cubra-a de terra, mar, céu e ar, e de chocolates, e de flores, e de carícias, e de esplendores, e de música, e de vida – compre sempre chocolates e não tranque a adega! [...]

Pág 57

[...] Porque é o TU a pessoa do diálogo, a pessoa com quem falamos, de quem descobrimos os olhos, oferecendo nossa imagem, de quem abrimos os ouvidos, dedicando nossa voz, de quem aguçamos o olfato e o paladar, partindo o pão e servindo o vinho (e, também, o café), com quem treinamos o tato, exercitando o aperto de mão e o abraço.
Este maravilhoso ser que é, a um só tempo, o companheiro da estrada, o companheiro do diálogo, o companheiro à mesa,e o melhor da nossa própria identidade. O melhor de nós mesmos.
E é o TU, também, o que temos de mais concreto para lembrarmos e chegarmos a D'us! [...]

Pág 66

[...] Sabe mergulhar? Tem fôlego para ir ao fundo, onde apenas seres de verdade se encontram e se descobrem, onde pérolas se fazem com o ritmo do tempo sem pressa e sem contas? Se nada sabe de Poesia e se não tem fôlego nem coragem , não poderá mergulhar com o Poeta nem dialogar diante de quem estende a mão para o movimento musical. Mas, quando pensar na pérola, vencerá o medo, e a Poesia se intensificará em seu corpo e lhe dará vida. [...]

Pág 67

[...]Seus poros respirarão dentro das águas profundas. Não é uma lição – é um fogo de vida e intensidade! O Poeta não ensina – o Poeta vai! Ele leva você a ver do alto, a voar alto, a mergulhar, a mergulhar ao fundo. Quer a lição ou o vôo? Quer o conceito ou o mergulho? A mágica da Poesia é receber asas de águia, para voar alto - quer? E receber fôlego, para mergulhar com o Poeta ao fundo, e encontrar pérolas – quer, também? Então, se você ouvir a Poesia e descobrir de que são formados os beijos do Homem-Poeta, descobrirá a sua Poesia-Mulher, e pedirá para voar alto, bem alto. E para ver as pérolas que lhe fazem falta ao fundo, se vencer o medo do profundo. [...]

Pág 68

[...] Enquanto a noite não vem, desenharei as asas que erguerão você ao alto, para o bem alto, e juntarei o ar de que precisa para o mergulho. E, se o Poeta estender a mão, diria: sim, Poeta, quero voar alto – leve-me! Sim, quero mergulhar fundo, leve-me. Leve-me às pérolas, porque preciso de pérolas. E, se o Poeta levasse você, perderia o fôlego e as asas? –Não, não perderia, leve-me ao alto porque preciso de plenitude. E se perder as asas, será trazida de volta à terra. E, se perder o fôlego, será trazida de volta à superfície. Porque os beijos têm diferentes faces, e cores, e sabores, e duração, e profundidades, e energias, e tessituras, e geografias. [...]

Pág 69

[...] Por isto mesmo, trago-te a gratidão pela experiência de amar, pelo leito branco e pelo manto: a tua pele suave e perfumada. Porque diante da tua vida, desfrutei de encantos. Do teu estado de mulher plena rasguei o pão com as mãos.

ש
Adiante estou leve, pois levo comigo a certeza de que tenhas sido amada, muito amada. Amada plenamente na leveza. Agora, trago-te uma vez mais a gratidão por ter amado mulher, assim, tão única, tão linda, tão vida... Vai agora, amor. Vou, também! Abre bem as tuas asas e voe como águia nas alturas. E, sejam tantos os mundos, tantas serão as criações do amor com a mulher amada, cujas faces trazem a luz e a descoberta!

ת
Darias um café com espuma de leite a este Poeta?
[...]

Pág 72

[...] Os olhos da menina-mulher pareciam de algum lugar, de algum tempo, de algum espaço no redemoinho das memórias inexplicáveis de alguma época servida a palco de alguma vida, de algum universo, de oportunidade remota, distante. Os lábios, então, vibraram. Os olhos se fixaram ainda mais profundamente nos olhos expressivos da mulher parada no corredor – ela queria vinho e Poesia. [...]

Pág 73

[...] Porque o poeta tem o amor mais doce, o amor mais puro, o amor mais delicado, o amor mais inocente, o amor mais liberto e intenso-- o amor suavidade! O amor do poeta é o amor que humaniza! A mulher-menina bebeu do amor, sentiu todos os poros e converte-se em mulher-poesia, na experiência de terra-céu-encanto. [...]

Pág 75

[...] porque há mulheres, cujo rosto ilumina! São mulheres que se reconhecem no tempo de um instante, que permanecem para sempre. São mulheres que enfraquecem querubins... Meu amor tem as faces do vento que nasce do encontro de calores e frios, e sopram brisas e tempestades, e os seus lábios me levam para ontem e para sempre... meu amor tem as faces do vento que nasce do encontro da vida, do sol e da chuva. [...]

Pág 87-93

[...]
Vem, amor, sente-se aqui e olhe ao longe...
é um só o mar!
Aquelas ilhas, esses ventos - tudo!
Nada muda!
...Vê aqueles navios?
não levam pessoas - somente coisas...
...
vem, amor, vê?
Sente-se e
junte as pernas,
e olhe ao longe...
e só!
[...]

Pág 99

[...] Porque há pessoas que odeiam águas, e pão e encontros. Odeiam árvores, plantas, flores, cães, gatos, pombos, passarinhos, terra, abraços, crianças, pobres, judeus e outras pessoas. Eles cobrem o planeta de concreto, asfalto e mentiras, fiscalizam a vida alheia e espalham o fermento da sua estupidez, maldade e perversidade, roubando o tempo vital. Não falarei de canalhas hoje! [...]
[...] Por que portas se podem entrar? Por todas as que a natureza deu às pessoas, pois elas se vêem, eles se ouvem, elas se cheiram, elas se beijam e, finalmente, elas se tocam num toque suave e inconfundível. E não se despreze nenhuma destas portas sob pena de morte, porque cada uma, e todas elas, conduzem à intimidade, ao mais profundo, ao centro da pessoa amada, enfim, ao que ela é – e ninguém sabe quem ela é, senão quem ama, entra e ilumina. [...]

Pág 116

[...] O ponto aqui é a própria sobrevivência do homem – e não da mulher! Porque agora é ela quem deve esperar que o homem saia de sua caverna de idiotice e mediocridade! Afinal, apesar dos milênios de patriarcalismo sufocante e religiosidade machista, a mulher reapareceu com todo o seu vigor poético, com toda a sua sensibilidade e com toda a sua inteligência determinante, e encontrou o homem contemplando e idolatrando, ainda (e por desgraça), os seus próprios órgãos. [...]

Pág 117

[...]a boca que se pinta no vermelho e se pinta no rosa, a entranha cheirosa que se forma: há boca, e há entranha, e há rosas! E há vermelho nessas súplicas e nesses clamores perdidos por aí.
Por favor, pare o tempo agora, e acordem os homens sonolentos, animem-se os lentos, não olhem a hora, e não façam careta, e não digam estar cansados: apenas descubram a mulher ao seu lado [...]

Pág 132

[...] Vá, e encontre aquela mulher, que anda presa, ainda, às rezas que drogam e idiotizam, transformando jardins de inverno em flores plastificadas, e arquiteturas italianas em caixas de papelão molhadas. Vá, minha cara, desate os nós que se formaram nos jogos de cordas, na solidão do bem-me-quer, e tente trocar o barulho de um vinil em dias de festa de aniversário ou fumaças de formatura, por uma Poesia de Drummond. Tente dizer ao ouvido daquela mulher que a vida clama, e não espera. Que a vida passa. [...]

Pág 139

[...] Por isso mesmo, o amar e o ensinar Torá se convertem em uma mesma relação. Amar não é ter ou possuir, escravizar ou pendurar na parede, seja uma cabeça ou uma fotografia. Amar é lançar o outro adiante, na luz e nos processos de libertação. E, assim, na constância, convertê-lo em TU! Amar não é um procedimento idolátrico, diante de um deus grego ou romano, mas uma descoberta, uma realização, uma libertação, uma unção. [...]

Pág 148

[...] por ora, este Rav, sozinho e triste, açoitado pelo vento, pela areia e pelo dissabor,com olhos chorosos, com a alma pesada, com o passo cansado, com a mão machucada, com a boca seca e salgada, de um sal triste e de uma pesada brisa, esperando, apenas, que pessoas boas, possam lhe oferecer um pouco de água...Mas, também, estou um pouco surdo, e um pouco cego, e um pouco insensível,e um pouco acamado e enfermo. Estou difícil de encontrar, tal a distância em que me encontro... Mas, se vier ao meu encontro....viria ao meu encontro, querida? Viria mesmo? [...]
[...] Nunca mais caminharei trôpego e pesadamente aborrecido desapercebido nos corredores solitário cabisbaixo! nunca mais esconderei a face em lágrimas tantas sob a manta do fracasso envelhecido alquebrado esquecido! eu irei, certamente irei, banhar-me ao sol do novo tempo descobrindo o corpo renovado e rirei com os lábios, como abdômen e com os olhos caminhando entre multidões e cantando e pulando com peito erguido às conquistas! acordarei bêbado de felicidade e beberei feliz brindando na alvorada o novo dia. [...]

Pág 164

[...] Tais elementos da natureza, os quatro materiais, já estão nos primeiros textos de Bereshit (Gen.): fogo, terra, água e ar! Mas, no nosso caso, aparece, ainda, um quinto elemento, que organiza o tempo/espaço, os quatro elementos básicos. Elemento para organicidade. É a Ruach HaElohim – o elemento feminino da Criação! Ruach é como a Poiesis! [...]

Pág 172

[...] Não importa qual seja o ato/atitude para o mal ou para o bem. Seja o ato de cortar uma flor, de esmagar um inseto, manter peixinhos em aquários, de responder rispidamente, de faltar a um compromisso, de lançar um papel de bala à via pública, de mencionar o nome de alguém ausente; seja o de destruir florestas inteiras, atirar uma pedra contra um passarinho ou prendê-lo em uma gaiola, matar golfinhos ou baleias, difamar ou desmoralizar uma pessoa, [...]

Pág 183

[...] Voltar os olhos para o universo do si mesmo é um encontro, uma descoberta multifacetada! Voltar os olhos para o si mesmo não é contemplar-se diante do discutível espelho, mas passar em revista, com todos os recursos, a integridade do Eu. [...]

Pág 220

[...] E, por fim, quebrar as correntes do Prometeu (matando-o ou libertando-o) e espantar os abutres que lhe comeram o fígado esses séculos todos.
Não há razão para sofrimento e cansaço, quando se transfere o conhecimento, quando a luz é entregue, quando o amor reina e quando o homem descobre o seu caminho. [...]

Pág 240

[...] estou no limite onde os ventos se separam e alma se distingue do espírito com lágrima que se mistura às águas do mar salgado. Estou no limite onde não há silêncio nem ruído nem luz nem treva nem dia nem noite - nem há descanso da madrugada nem rubor do alvorecer nem chuva nem orvalho fresco. Estou no limite do que se pode cantar em versos: os pés se distanciam da terra e todas as energias confusas, confundem bem e mal que se aproximam no limite em que não há vida nem morte nem segundo nem tempo de eternamente. Estou no limite: os pés puderam me trazer e atrás, os montes verdes e as águas doces e os pássaros e os caminhos feitos cara de homem, e o homem feito caminho aberto no mundo e o vento feito sonho batendo em rocha, feito deus enceguecido e surdo na insensibilidade

[estounolimiteospésmolhadosdesalamalgamadoaossentidos] [...]

Pág 254

[...] os mercenários da república são mentirosos! São desumanos! São culpados da fome, e da peste! E são culpados da ignorância, e são culpados da morte! Mercenários da república, que falam, e discursam, e gastam!
(são protetores dos próprios interesses). Os mercenários da república, que assistem no conforto, e no luxo, e na fartura, e no descanso, e no descaso, a morte dos desgraçados e empesteados,
(por nada, por cada)
pela sua vontade pornográfica por cada porco de gabinete!
Os mercenários da república são malignos mercenários! São sujos mercenários!
São pervertidos mercenários! -são mercenários-
...não nos associemos a estes agiotas e outras sanguessugas (e serão muitas), pois, comumente, as cadeiras da política são ocupadas por traseiros perversos (e são muitos) que dispensam ao povo... apenas suas flatulências! [...]

Pág 257

[...] abençoe, sem perda de tempo, seus filhos em cada manhã, em cada tarde e em cada noite – ensine-os que o pão deve ter o gosto do suor e que os ratos vivem em esgotos, no lixo e na escuridão. Fale do Eterno para eles, ajude-os a amar o Eterno, ajude-os a entender a construção de cada dia e ensine-os a ganhar, por si mesmos, o pão justo e honesto a cada dia. Aponte-lhes as estrelas, e a lua, e o Sol, e os mares, e as flores, e os pássaros, e os animais, e os montes, e os jardins e, assim, somente assim, saberão o porquê de tudo ser “bom”, e o porquê do homem completo ser “muito bom”. Livre- os da estupidez e droga religiosas e dos gritos intermináveis em cultos idolátricos, a fim de que enxerguem e se libertem das correntes teológicas. Livre-os do culto ao falo! [...]

Pág 264

[...] Vivemos o nosso tempo, e o nosso tempo é um misto de espanto e inércia, idiotice e fantasia, coisificação e anulação completa. E desse ângulo procuramos sinais, pistas, endereços e indicações para um passo, o passo a seguir, repleto de dubiedades, inseguranças e fragilidades humanas. E, no meio dessa espessa e sufocante nuvem de fogos de artifício, encontramos a carne suave e a feminilidade daquela mulher, feita de variadas pedras, variados elementos e multifacetada música corporal. [...]

Pág 265

[...] e não é apenas a inteligência ... que pode ser reconhecida em três minutos de um café, mas é a inteliêngia como resultado do elemento espiritual, por isso mesmo ... a inteligência é um detalhe a ser apreciado, é um detalhe a repercutir, a sedimentar e criar ambientes multicoloridos no limite entre seus lábios e seu rosto, e entre seus olhos, pálpebras e o traço das sobrancelhas. Não é a inteligência residual, emocional ou artificial, mas substancial! É a boca e os lábios dilatados, com a palavra proferida,formando um fato, uma atitude indivisivelmente cósmica (...) e, afinal, uma mulher que não procura luzes no gramado futebolístico, que não se permite ao gramado, que não fica na verde dependência do gramado, já merece aplausos, merece alguma Poesia e manifestações de apreço que não venham, lógico, de arquibancadas tresloucadas. [...]

Pág 275

[...] Ela conhecia a sabedoria de Sh’lomò e, ao conversarem, de tudo sabia, e tudo compreendia. Com ela, o sábio Rei dialogava diuturnamente e, mal ele esboçava uma palavra, aquela mulher entendia em altura e profundidade, e respondia, e indagava, e sugeria, e abordava, e avançava ainda em cada detalhe, de qualquer assunto, permitindo que um encontro fosse a oportunidade de saber e aprofundar mais e de crescer mais. [...]
[...] e as mulheres que são, a um só tempo, belas, poéticas e inteligentes, não vendem seu tempo aos vermes nem lambem os cães e nem se permitem aos crápulas da terra. Estas mulheres enxergam, sentem e pensam e, por isso, encontram homens filósofos, poetas e reis! E quando encontram homens assim, a vida se transforma em festa, o vinho é posto sobre a mesa e a música ecoa madrugada adentro com o talhe dançante de corpos que levitam. E a beleza encontra o poeta, e a Poesia encontra o sábio e a Inteligência encontra o rei! [...]

Pág 276

[...] Essa mulher que transita entre corredores da biblioteca, não como quem foge do enfrentamento de cada página, mas como quem volta agradecendo silenciosamente pelos mundos descobertos, porque ali ela reencontra os sábios e os poetas que iluminaram seus sonhos, abriram seus poros e apontaram uma direção. Ela sabe de onde veio e onde quer estar! Ela olha, se veste, se penteia, caminha e ela dança, sabendo que... seus olhos e os lábios de sua boca se dilatam ..., porque esse é o seu corpo e sua alma. Então, ela se percebe superior, como quem deixa relacionamentos opressivos sob os pés... vai, e voa, como quem deixa homens idiotas cultuando seus próprios órgãos, como quem conduz o mundo... pelo sussurro...Por isso mesmo, plena da virtude feminina e da experiência dialógica, da delícia poética, fortalecida pelas vozes e páginas iluminadas, completa dos sentidos descobertos, essa mulher, absoluta, abre suas asas ao sol. [...]

Pág 279

[...] O mais importante não é apenas suplantar o deserto, como nossos pais fizeram entre o Egito e Canaã, mas, principalmente, não perder nossa humanidade, nossa capacidade de fazer o bem, nossa capacidade de honrar, de respeitar, de viver em companhia uns dos outros, de simplesmente não desejar o mal ao outro. [...]

Pág 290

[...] O avião pousou outra vez em Napoli. Acho que é Napoli e não Nápoles. Estava quente e a canção da jovem fuzilada décadas antes, ainda estava em meu coração “Eli Eli, Meu D’us, Meu D’us, vou rezar para que estas coisas nunca terminem: a areia e o mar, o sussurro das águas, o raio dos céus, a oração do homem”
E eu precisava de um caffè. Amores, voltei...combati monstros ....
...E elas vieram ao meu encontro, estenderam-me a mão e beijaram ardorosamente meus flancos e minha boca, e sorriram noite adentro ...
...e me reconduziram à humanidade [...]


© Pietro Nardella-Dellova. Trechos do livro A MORTE DO POETA NOS PENHASCOS E OUTROS MONÓLOGOS. Ed. Scortecci, 2009, 312 p

Se utilizar trechos do livro, indique os dados bibliográficos e autoria!

O livro pode ser adquirido pela Livraria Cultura http://www.livrariacultura.com/

lunedì 7 marzo 2011

אהבה היא מלכות AMARE È IL REGNO

*

אהבה היא מלכות

אהבה היא מלכות
האישה הוא הגן של אהבה

... האישה היא נשמת העולם ...
היא האור!
שירה!
חיים!
גן!
שלום!

האשה היא אהבה!
*

AMARE È IL REGNO

...amare è il regno
e la donna il giardino dell'amore...

...la donna è l'anima del mondo...
lei è la luce!
poesia!
vita!
giardino!
pace!

la donna è l'amore!


Pietro N-Dellova (Cantici di Napoli, 2000)

venerdì 4 marzo 2011

יום שבת שלום חברים


יום שבת שלום חברים

אהבה ושלום

נשיקות


Vogliamo la Pace,
il nostro Shalom, il vostro Salem - la Pace per tutti!

...il giardino ancora è bello,
e i fiori sono bellissimi,
collorati,
profumati!

Vogliamo la Pace - la Pace per tutti!

perché il sole è ancora,
e la pioggia,
e i mari,
e i cieli,

...e l'amore:
il nostro, il vostro - l'amore di tutti!

La Pace è la Vita - la vita per tutti!



SHABBAT SHALOM!



Pietro Nardella-Dellova

LE LETTERE D'AMORE, Roberto Vecchioni (sul testo di Fernando Pessoa (dell'eteronomo Álvaro de Campos)

giovedì 3 marzo 2011

LA DEMOCRAZIA E L'EDUCAZIONE





...voleva un mondo pieno di Scuole e solo!!
...con tantissime professoresse
e tantissimi professore,
senza politici, senza religiosi, senza opressori e nessun altro bugiardo e chi fa affermazione consapevolmente falsa..
...perche fuora alla Scuola libera tutto è una menzogna spudorata!
Voleva un mondo pieno di Scuole, e solo!!!

Pietro N-Dellova, Viaggio, 2011


La democrazia, scriveva John Dewey in Democrazia ed educazione, ha una vera e propria devozione per l'educazione, e ciò per due ragioni. La prima è che un governo che dipende dal voto dei cittadini non può essere un buon governo, se coloro che lo eleggono non sono educati. La seconda, più profonda, è che la democrazia non è soltanto una forma di governo; essa «è prima di tutto una forma di vita associata, di esperienza continuamente comunicata» [1]. Una società nella quale gli stimoli sono molti, i contatti ampi, i mutamenti costanti ha bisogno di educare i suoi membri affinché non vengano sopraffatti da una realtà così complessa, situazione che genererebbe la confusione generale di cui si avvantaggerebbero in pochi.

La democrazia, poco dopo le speranze dell' '89, quando in tutto il mondo sembrava affermarsi una potente spinta dal basso per la libertà e l'autodeterminazione, si è trasformata in un marchio dei paesi occidentali da esportare se necessario con la guerra, ed è contemporaneamente entrata in una profonda crisi che è sotto gli occhi di tutti – particolarmente acuta in Italia, ma palese anche nel resto del mondo. Una crisi della rappresentanza, certo – della democrazia come la descriveva Schumpeter, come competizione delle élites – ma anche della partecipazione, della fiducia, della capacità di costruire attraverso la discussione pubblica rappresentazioni e volontà comuni.

Le cose vanno anche peggio se si considera il secondo aspetto, quello che Dewey considera più profondo, del legame tra democrazia ed educazione. Come non comprende la politica, così il cittadino medio non comprende la realtà che lo circonda, i meccanismi sociali ed economici, le trasformazioni culturali. L'impressione è appunto quella di una grande confusione sulla quale operano forze semplificatrici che fanno ricorso al pregiudizio, allo stereotipo, allo stigma verso chi è diverso.

Il mondo, complesso e globalizzato, torna a farsi semplice grazie a nuovi miti collettivi, a pericolose derive irrazionalistiche, a contrapposizioni ideologiche che prendono la forma di vere e proprie guerre di religione. I nuovi partiti politici nascono sul modello aziendale, il successo elettorale si costruisce come una qualsiasi campagna di marketing – come la pubblicità, gli slogan politici fanno leva sulle paure, sulle debolezze, perfino sulle meschinità del consumatore-elettore. In una società disgregata tramontano i valori autenticamente politici per il venir meno del senso stesso della polis.

Valore politico diventa ciò che rappresenta un vantaggio per l'individuo e per la sua famiglia. L'interesse privato sostituisce la solidarietà, una malintesa sicurezza prende il posto della giustizia, la licenza di chi può permettersi di sottrarsi alle regole comuni si insedia al posto della libertà.

Il modo migliore per affrontare la crisi della democrazia è quello di affermare un ideale democratico più pieno, più ampio, più umanamente autentico di quello corrente; pensare la democrazia non solo come quel sistema nel quale i cittadini, formati ed informati, eleggono i propri rappresentanti, ma come una società nella quale tutti hanno potere. Una democrazia è autentica e sicura di sé quando le persone hanno un potere effettivo ad ogni livello della vita sociale e politica; quando c'è la possibilità di influire effettivamente sulle decisioni che riguardano il bene comune, controllando la classe politica; quando è possibile disporre di una informazione libera, che metta in grado di valutare le questioni pubbliche con serenità e consapevolezza; quando i cittadini contano quanto i grandi potentati economici ed i gruppi di interesse; quando ogni cittadino ha la stessa importanza, lo stesso riconoscimento, gli stessi diritti, lo stesso peso politico, indipendentemente dal titolo di studio, dalla condizione sociale ed economica, dall’appartenenza di genere; ed in una società democratica la stessa cittadinanza non è uno strumento per negare diritti a chi cittadino non è.

Una società democratica si segnala per la sua inclusività: è una società nella quale tutti sono riconosciuti nella pienezza della loro umanità. Si sente spesso ripetere che la democrazia è il sistema politico in cui prevale la volontà della maggioranza. Ma una maggioranza può anche essere violenta, dittatoriale, antidemocratica.

Più correttamente, si potrebbe caratterizzare la democrazia come quel sistema in cui le maggioranze governano nel rispetto rigoroso dei diritti delle minoranze e dei portatori di diversità. Un test efficace per valutare la democraticità di un sistema è quello di considerarlo partendo dalla condizione di chi ne occupa simbolicamente la periferia. Come stanno gli stranieri? Come stanno i poveri? Come stanno i malati?

Come stanno gli omosessuali? Come stanno le donne? Si può considerare democratica una società che discrimina gli omosessuali, che considera le donne come corpi da comprare e vendere, che crea per gli stranieri la categoria pericolosa, anzi omicida del clandestino, che sgombera i campi rom, che costringe i poveri nelle baracche e nega ai malati il diritto alla salute? No, non lo è. In una società democratica c’è un movimento incessante che va dal centro alla periferia, per includere, riconoscere, valorizzare. Una società che al contrario erige muri tra il centro e la periferia è una società nella quale la democrazia è solo un alibi, un espediente retorico, una vacua autorappresentazione.In una società democratica tutti sono uguali. E tra uguali i rapporti non possono che essere, appunto, ugualitari, vale a dire simmetrici.

Impegnarsi per una autentica democrazia vuol dire portare la simmetria a tutti i livelli della vita sociale e politica. La democrazia autentica è il sistema politico nel quale è possibile per tutti la più ampia esperienza possibile dell’umano. Poiché favorire uno sviluppo piano, ampio, armonico dell’umano è il fine ultimo dell’educazione, l’autenticità della democrazia è affidata all’autenticità dell’educazione.

Chiamiamo educazione democratica dunque un'educazione autentica. L'aggettivo sarebbe superfluo, essendo la democrazia l'unico sistema politico compatibile con una espressione piena dell'umano, se non esistessero concezioni e soprattutto prassi educative che relativizzano la dimensione politica dell'essere umano, favorendo di fatto quell'individualismo irresponsabile che sta erodendo le società avanzate. È quanto avviene nelle scuole, che presentano spesso una concezione utilitaristica della cultura (studiare per farsi una posizione sociale) e sono strutturalmente caratterizzate da rapporti asimmetrici ed ancora fondamentalmente autoritari. Nella misura in cui questa asimmetria non viene messa in crisi nell'effettivo fare scuola, la scuola non favorisce, ma ostacola l’autentica democrazia. Il cittadino che ha imparato a scuola ad uniformarsi ad un'autorità – o a seguire un docente autorevole – difficilmente, fuori dalla scuola, riuscirà a combattere le logiche inferiorizzanti ed a lottare per il riconoscimento pubblico della sua dignità e della sua condizione di eguaglianza.

L'educazione democratica parte dalla relazione tra docente ed alunno per ripensarla a fondo come relazione simmetrica. Essa supera il concetto di autorità con quello di cooperazione nella ricerca della verità e nella crescita comune. Il docente non è un modello, il termine fisso del processo evolutivo degli studenti, ma una persona impegnata insieme ai suoi studenti in un percorso comune di crescita. In questo percorso, la sua condizione è quella di chi guida una spedizione in una terra solo parzialmente conosciuta. Perché nessuno, per quanto grande siano la sua cultura e la sua spiritualità, può considerarsi nulla più che un umile esploratore della complessa realtà che l'uomo e le sue possibilità rappresentano. Nell'educazione democratica scompare la classe intesa come gruppo di persone che, senza comunicare e collaborare tra di loro, ascoltano la lezione. La struttura adeguata all'ideale dell'educazione democratica è il gruppo di ricerca, un insieme di persone che costruiscono conoscenza valorizzandosi reciprocamente, comunicando in modo profondo, impiegando in modo creativo le proprie competenze, sotto la guida di un docente che non trasmette conoscenze, ma coordina ed orienta il lavoro comune.

Se l'educazione istituzionale ha un programma definito, un sistema di sapere da trasmettere, l'educazione democratica non può che essere aperta sia nei contenuti che nei metodi; se nell'educazione istituzionale il programma è definito a livello centrale e l'attività didattica è programmata dal docente, nell'educazione democratica la definizione degli argomenti di studio è partecipativa e tiene conto della libertà di apprendimento non meno che di quella di insegnamento. L'educazione democratica è caratterizzata dall'apertura all'esperienza. L'educazione istituzionale individua un campo dell'esperienza umana, quello corrispondente ai valori, alla cultura, allo stile di vita della classe dominante, come l'unico valido; tutto ciò che non rientra in quel campo lo squalifica. È una educazione di classe, nella quale non trovano posto il lavoro manuale, le capacità pratiche, la cultura materiale.

L’educazione istituzionale serve. La cultura è presentata, in modo più o meno consapevole, come uno strumento valido per l’affermazione individuale. L’educazione democratica ha una concezione della cultura come ricerca comune aperta, libera e liberante dell'umano; non cerca di imporre una visione di uomo, una presunta essenza umana inevitabilmente ideologica, ma rispetta l'esistenza dei singoli ed il loro diritto di cercarsi e costruirsi liberamente, esplorandosi in molte dimensioni.
Il sistema economico capitalistico, che a livello mondiale produce dolorosi squilibri tra paesi ricchi e paesi poveri, tra persone che vivono nel lusso e persone cui non è consentita la semplice sopravvivenza, è fondato su una logica della competizione che penetra nella stessa educazione, corrompendola irrimediabilmente. Tutto il sistema scolastico dei voti, delle pagelle, delle promozioni e delle bocciature, è funzionale a questo sistema. La logica della competizione e della selezione si presenta come assolutamente razionale, l'unica di fatto possibile. Si tratta invece di una logica che limita fortemente la crescita individuale, indebolendo al tempo stesso i legami comunitari.

L'educazione democratica lavora per la trasformazione sociale ed economica. Il potere, la violenza ed il conflitto sono le sue tematiche centrali. Essi rappresentano i tre principali ostacoli a quella libera ricerca di sé in cui consiste l'educazione. Vale la pena di esplorare la possibilità di convertire – nell'educazione e attraverso l'educazione – il potere di alcuni in potere di tutti, la violenza in forza, il conflitto distruttivo in confronto aperto e costruttivo, la ricerca della distinzione attraverso l'istruzione nella costruzione paziente di una società di uomini liberi ed eguali grazie allo studio, al lavoro, alla comunicazione autentica.

Educazione Democratica è una rivista di pedagogia politica. Questa espressione, cui ricorre Paul Ricoeur in un saggio su Mounier per indicare una pedagogia della vita comunitaria legata a un risveglio della persona [2], non è molto usata. L'essenza della pedagogia politica, così intesa, è l'analisi del rapporto che c'è tra cambiamento individuale e cambiamento sociale. In realtà, l'espressione può risultare pleonastica, poiché ogni forma di educazione ha un inevitabile carattere politico.

Parlando di pedagogia politica sembra che si voglia gettare la pedagogia nelle braccia dell'ideologia, proprio quando essa cerca di fondarsi come scienza. Non si può tuttavia negare che anche la riflessione pedagogica più fredda e distaccata abbia un preciso aspetto politico, vada nella direzione della realizzazione di un certo tipo di società. Il problema di pedagogia politica della nostra rivista è il seguente: quale tipo di educazione è coerente fino in fondo con l'ideale democratico? Poiché la democrazia è quel sistema politico nel quale è possibile una piena realizzazione dell'umano, questo problema si risolve in quello più generale, proprio della pedagogia: quale è il miglior modo di educare? Metodologicamente, questa ricerca terrà conto del legame indissolubile tra mezzi e fini. Se il fine dell'educazione è una società di uomini liberi ed uguali, il mezzo non potrà essere che un'educazione che rispetti nel modo più rigoroso la libertà e l'uguaglianza; se il fine è una società nella quale tutti abbiano potere, l'educazione migliore non potrà essere che quella che abitua gradualmente, concretamente all'esercizio del potere.

Le direttrici culturali lungo le quali si svilupperà la ricerca di Educazione Democratica sono quattro:

- la tradizione della pedagogia antiautoritaria e libertaria, dall'esperimento di Jasnaja Poljana di Tolstoj fino alle proposte della descolarizzazione di Illich e Reimer, ed oltre; - la tradizione della pedagogia laica e democratica, da Dewey e Paulo Freire ai nostri Lamberto Borghi e Piero Bertolini.
- la tradizione della pedagogia della nonviolenza, in particolare quella dei maestri italiani: Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Lorenzo Milani.

- l'attuale movimento internazionale per la democratic education ed i molteplici tentativi di scuole alternative, dalla Subdury Valley Schools alla scuola democratica di Hadera in Israele.

Nel solco di queste tradizioni ci muoveremo con atteggiamento antidogmatico, aperto, critico, cercando di valorizzare tutte le esperienze innovative, che vadano nella direzione di un’educazione progressista ed antiautoritaria, a livello nazionale ed internazionale. Per le ragioni già spiegate, particolare attenzione riserveremo ai soggetti marginali ed alle pratiche inclusive.

Ogni numero di aprirà con un approfondimento dedicato a fenomeni politici o sociali, analizzati in generale e dal punto di vista educativo, o ad autori o esperienze legati alle linee di ricerca di cui s'è detto. Lo stile culturale è quello di una critica pedagogica completata da una critica della critica, per così dire; vale a dire da una analisi disincantata delle stesse proposte alternative.
Tutti i testi pubblicati sulla rivista sono rilasciati con licenza Creative Commons.

1. J. Dewey, Democrazia e educazione (1916), tr. it, La Nuova Italia, Firenze 1972, p. 110.
2. P. Ricoeur, Emmanuel Mounier: un philosophe personaliste, in Id., Histoire et Vérité, Seuil, Paris 1955, pp. 137-138.

PER CONOSCERE IL NOSTRO GRUPPO
www.educazionedemocratica.it

mercoledì 2 marzo 2011

LETTERATURA LUSO-BRASILIANA: "Arcadia": Marilia de Dirceu (Tomás António Gonzaga)

MARILIA DE DIRCEU
(Tomás António Gonzaga)


Nota:
Tomás António Gonzaga
(Porto, Portogalo, 1744 - Mozambico, 1810)
Giureconsulto, Poeta, Attivista Politico (resistenza brasiliana).
Il grande poeta dell'Arcadia luso-brasiliana



PARTE I
Lira I
Eu, Marília, não sou algum vaqueiro,
Que viva de guardar alheio gado;
De tosco trato, d’expressões grosseiro,
Dos frios gelos, e dos sóis queimado.
Tenho próprio casal, e nele assisto;
Dá-me vinho, legume, fruta, azeite;
Das brancas ovelhinhas tiro o leite,
E mais as finas lãs, de que me visto.
Graças, Marília bela,
Graças à minha Estrela!
Eu vi o meu semblante numa fonte,
Dos anos inda não está cortado:
Os Pastores, que habitam este monte,
Respeitam o poder do meu cajado:
Com tal destreza toco a sanfoninha,
Que inveja até me tem o próprio Alceste:
Ao som dela concerto a voz celeste;
Nem canto letra, que não seja minha,
Graças, Marília bela,
Graças à minha Estrela!
Mas tendo tantos dotes da ventura,
Só apreço lhes dou, gentil Pastora,
Depois que teu afeto me segura,
Que queres do que tenho ser senhora.
É bom, minha Marília, é bom ser dono
De um rebanho, que cubra monte, e prado;
Porém, gentil Pastora, o teu agrado
Vale mais q’um rebanho, e mais q’um trono.
Graças, Marília bela,
Graças à minha Estrela!
Os teus olhos espalham luz divina,
A quem a luz do Sol em vão se atreve:
Papoula, ou rosa delicada, e fina,
Te cobre as faces, que são cor de neve.
Os teus cabelos são uns fios d’ouro;
Teu lindo corpo bálsamos vapora.
Ah! Não, não fez o Céu, gentil Pastora,
Para glória de Amor igual tesouro.
Graças, Marília bela,
Graças à minha Estrela!
Leve-me a sementeira muito embora
O rio sobre os campos levantado:
Acabe, acabe a peste matadora,
Sem deixar uma rês, o nédio gado.
Já destes bens, Marília, não preciso:
Nem me cega a paixão, que o mundo arrasta;
Para viver feliz, Marília, basta
Que os olhos movas, e me dês um riso.
Graças, Marília bela,
Graças à minha Estrela!
Irás a divertir-te na floresta,
Sustentada, Marília, no meu braço;
Ali descansarei a quente sesta,
Dormindo um leve sono em teu regaço:
Enquanto a luta jogam os Pastores,
E emparelhados correm nas campinas,
Toucarei teus cabelos de boninas,
Nos troncos gravarei os teus louvores.
Graças, Marília bela,
Graças à minha Estrela!
Depois que nos ferir a mão da Morte,
Ou seja neste monte, ou noutra serra,
Nossos corpos terão, terão a sorte
De consumir os dois a mesma terra.
Na campa, rodeada de ciprestes,
Lerão estas palavras os Pastores:
"Quem quiser ser feliz nos seus amores,
Siga os exemplos, que nos deram estes.”
Graças, Marília bela,
Graças à minha Estrela!
Lira II
Pintam, Marília, os Poetas
A um menino vendado,
Com uma aljava de setas,
Arco empunhado na mão;
Ligeiras asas nos ombros,
O tenro corpo despido,
E de Amor, ou de Cupido
São os nomes, que lhe dão.
Porém eu, Marília, nego,
Que assim seja Amor; pois ele
Nem é moço, nem é cego,
Nem setas, nem asas tem.
Ora pois, eu vou formar-lhe
Um retrato mais perfeito,
Que ele já feriu meu peito;
Por isso o conheço bem.
Os seus compridos cabelos,
Que sobre as costas ondeiam,
São que os de Apolo mais belos;
Mas de loura cor não são.
Têm a cor da negra noite;
E com o branco do rosto
Fazem, Marília, um composto
Da mais formosa união.
Tem redonda, e lisa testa,
Arqueadas sobrancelhas;
A voz meiga, a vista honesta,
E seus olhos são uns sóis.
Aqui vence Amor ao Céu,
Que no dia luminoso
O Céu tem um Sol formoso,
E o travesso Amor tem dois.
Na sua face mimosa,
Marília, estão misturadas
Purpúreas folhas de rosa,
Brancas folhas de jasmim.
Dos rubins mais preciosos
Os seus beiços são formados;
Os seus dentes delicados
São pedaços de marfim.
Mal vi seu rosto perfeito
Dei logo um suspiro, e ele
Conheceu haver-me feito
Estrago no coração.
Punha em mim os olhos, quando
Entendia eu não olhava:
Vendo o que via, baixava
A modesta vista ao chão.
Chamei-lhe um dia formoso:
Ele, ouvindo os seus louvores,
Com um gesto desdenhoso
Se sorriu, e não falou.
Pintei-lhe outra vez o estado,
Em que estava esta alma posta;
Não me deu também resposta,
Constrangeu-se, e suspirou.
Conheço os sinais, e logo
Animado de esperança,
Busco dar um desafogo
Ao cansado coração.
Pego em teus dedos nevados,
E querendo dar-lhe um beijo,
Cobriu-se todo de pejo,
E fugiu-me com a mão.
Tu, Marília, agora vendo
De Amor o lindo retrato,
Contigo estarás dizendo,
Que é este o retrato teu.
Sim, Marília, a cópia é tua,
Que Cupido é Deus suposto:
Se há Cupido, é só teu rosto,
Que ele foi quem me venceu.
Lira III
De amar, minha Marília, a formosura
Não se podem livrar humanos peitos.
Adoram os Heróis; e os mesmos brutos
Aos grilhões de Cupido estão sujeitos.
Quem, Marília, despreza uma beleza,
A luz da razão precisa;
E se tem discurso, pisa
A lei, que lhe ditou a Natureza.
Cupido entrou no Céu. O grande Jove
Uma vez se mudou em chuva de ouro;
Outras vezes tomou as várias formas
De General de Tebas, velha, e touro.
O próprio Deus da Guerra desumano
Não viveu de amor ileso;
Quis a Vênus, e foi preso
Na rede, que lhe armou o Deus Vulcano.
Mas sendo amor igual para os viventes,
Tem mais desculpa, ou menos esta chama:
Amar formosos rostos acredita,
Amar os feios de algum modo infama.
Que lê que Jove amou, não lê nem topa,
Que ele amou vulgar donzela:
Lê que amou a Dânae bela,
Encontra que roubou a linda Europa.
Se amar uma beleza se desculpa
Em quem ao próprio Céu, e terra move:
Qual é a minha glória, pois igualo,
Ou excedo no amor ao mesmo Jove?
Amou o Pai dos Deuses Soberano
Um semblante peregrino:
Eu adoro o teu divino,
O teu divino rosto, e sou humano.
Lira IV
Marília, teus olhos
São réus, e culpados,
Que sofra, e que beije
Os ferros pesados
De injusto Senhor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Mal vi o teu rosto,
O sangue gelou-se,
A língua prendeu-se,
Tremi, e mudou-se
Das faces a cor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
A vista furtiva,
O riso imperfeito,
Fizeram a chaga,
Que abriste no peito,
Mais funda, e maior.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Dispus-me a servir-te;
Levava o teu gado
À fonte mais clara,
À vargem, e prado
De relva melhor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Se vinha da herdade,
Trazia dos ninhos
As aves nascidas,
Abrindo os biquinhos
De fome ou temor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Se alguém te louvava,
De gosto me enchia;
Mas sempre o ciúme
No rosto acendia
Um vivo calor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Se estavas alegre,
Dirceu se alegrava;
Se estavas sentida,
Dirceu suspirava
À força da dor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Falando com Laura,
Marília dizia;
Sorria-se aquela,
E eu conhecia
O erro de amor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Movida, Marília,
De tanta ternura,
Nos braços me deste
Da tua fé pura
Um doce penhor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Tu mesma disseste
Que tudo podia
Mudar de figura;
Mas nunca seria
Teu peito traidor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Tu já te mudaste;
E a faia frondosa,
Aonde escreveste
A jura horrorosa,
Tem todo o vigor.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Mas eu te desculpo,
Que o fado tirano
Te obriga a deixar-me;
Pois basta o meu dano
Da sorte, que for.
Marília, escuta
Um triste Pastor.
Lira V
Oh! quanto pode em nós a vária Estrela!
Que diversos que sâo os gênios nossos!
Qual solta a branca vela,
E afronta sobre o pinho os mares grossos;
Qual cinge com a malhar o peito duro,
E marchando na frente das coortes,
Faz a torre voar, cair o muro.
O sórdido avarento em vão defende
Que possa o filho entrar no seu tesouro:
Aqui fechado estende
Sobre a tábua, que verga, as barras d'ouro.
Sacode o jogador do copo os dados;
E numa noite só, que ao sono rouba,
Perde o resto dos bens, do pai herdados.
O que da voraz gula o vício adora,
Da lauta mesa os seus prazeres fia.
E o terno Alceste chora
Ao som dos versos, a que o gênio o guia.
O sábio Galileu toma o compasso,
E sem voar ao Céu, calcula, e mede
Das Estrelas, e Sol o imenso espaço.
Enquanto pois, Marília, a vária gente
Se deixa conduzir do próprio gosto,
Passo as horas contente
Notando as graças do teu lindo rosto.
Sem cansar-me a saber se o Sol se move;
Ou se a terra volteia, assim conheço
Aonde chega o poder do grande Jove.
Noto, gentil Marília, os teus cabelos;
E noto as faces de jasmins, e rosas:
Noto os teus olhos belos,
Os brancos dentes, e as feições mimosas:
Quem fez uma obra tão perfeita, e linda,
Minha bela Marília, também pode
Fazer os Céus, e mais, se há mais ainda.
Lira VI
Acaso são estes
Os sítios formosos.
Aonde passava
Os anos gostosos?
São estes os prados,
Aonde brincava,
Enquanto pastava
O gordo rebanho,
Que Alceu me deixou?
São estes os sítios?
São estes; mas eu
O mesmo não sou.
Marília, tu chamas?
Espera, que eu vou.
Daquele penhasco
Um rio caía;
Ao som do sussurro
Que vezes dormia!
Agora não cobrem
Espumas nevadas
As pedras quebradas;
Parece que o rio
O curso voltou
São estes os sítios?
São estes; mas eu
O mesmo não sou.
Marília, tu chamas?
Espera, que eu vou.
Meus versos alegre
Aqui repetia:
O eco as palavras
Três vezes dizia,
Se chamo por ele,
Já não me responde;
Parece se esconde,
Cansado de dar-me
Os ais, que lhe dou.
São estes os sítios?
São estes; mas eu
O mesmo não sou.
Marília, tu chamas?
Espera, que eu vou.
Aqui um regato
Corria sereno
Por margens cobertas
De flores, e feno:
À esquerda se erguia
Um bosque fechado,
E o tempo apressado,
Que nada respeita,
Já tudo mudou.
São estes os sítios?
São estes; mas eu
O mesmo não sou.
Marília, tu chamas?
Espera, que eu vou.
Mas como discorro?
Acaso podia
Já tudo mudar-se
No espaço de um dia?
Existem as fontes,
E os freixos copados;
Dão flores os prados,
E corre a cascata,
Que nunca secou.
São estes os sítios?
São estes; mas eu
O mesmo não sou.
Marília, tu chamas?
Espera, que eu vou.
Minha alma, que tinha
Liberta a vontade,
Agora já sente
Amor, e saudade,
Os sítios formosos,
Que já me agradaram,
Ah! Não se mudaram;
Mudaram-se os olhos,
De triste que estou.
São estes os sítios?
São estes; mas eu
O mesmo não sou.
Marília, tu chamas?
Espera, que eu vou.
Lira VII
Vou retratar a Marília,
A Marília, meus amores;
Porém como? Se eu não vejo
Quem me empreste as finas cores:
Dar-mas a terra não pode;
Não, que a sua cor mimosa
Vence o lírio, vence a rosa,
O jasmim, e as outras flores.
Ah! socorre, Amor, socorre
Ao mais grato empenho meu!
Voa sobre os Astros, voa,
Traze-me as tintas do Céu.
Mas não se esmoreça logo;
Busquemos um pouco mais;
Nos mares talvez se encontrem
Cores, que sejam iguais.
Porém não, que em paralelo
Da minha Ninfa adorada
Pérolas não valem nada,
E nada valem corais.
Ah! socorre, Amor, socorre
Ao mais grato empenho meu!
Voa sobre os Astros, voa,
Traze-me as tintas do Céu.
Só no Céu achar-se podem
Tais belezas, como aquelas,
Que Marília tem nos olhos,
E que tem nas faces belas.
Mas às faces graciosas,
Aos negros olhos, que matam,
Não imitam, não retratam
Nem Auroras, nem Estrelas.
Ah! socorre, Amor, socorre
Ao mais grato empenho meu!
Voa sobre os Astros, voa,
Traze-me as tintas do Céu.
Entremos, Amor, entremos,
Entremos na mesma Esfera,
Venha Palas, venha Juno,
Venha a Deusa de Citera,
Porém não, que se Marília
No certame antigo entrasse,
Bem que a Páris não peitasse,
A todas as três vencera.
Vai-te, Amor, em vão socorres
Ao mais grato empenho meu:
Para formar-lhe o retrato
Não bastam tintas do Céu.
Lira VIII
Eu sou, gentil Marília, eu sou cativo;
Porém não me venceu a mão armada
De ferro, e de furor:
Uma alma sobre todas elevada
Não cede a outra força, que não seja
A tenra mão de amor.
Arrastem pois os outros muito embora
Cadeias nas bigornas trabalhadas
Com pesados martelos:
Eu tenho as minhas mão ao carro atadas
Com duros ferros não, com fios d’ouro,
Que são os teus cabelos.
Oculto nos teus meigos vivos olhos
Cupido a tudo faz tirana guerra:
Sacode a seta ardente;
E sendo despedida cá da terra,
As nuvens rompe, chega ao alto Empíreo:
E chega ainda quente.
As abelhas nas asas suspendidas
Tiram, Marília, os sucos saborosos
Das orvalhadas flores:
Pendentes dos teus beiços graciosos
O mel não chupam, chupam ambrosias
Nunca fartos Amores.
O Vento quando parte em largas fitas
As folhas, que meneia com brandura;
A fonte cristalina,
Que sobre as pedras cai de imensa altura,
Não forma um som tão doce, como forma
A tua voz divina.
Em torno dos teus peitos, que palpitam,
Exaltam mil suspiros desvelados
Enxames de desejos;
Se encontram os teus olhos descuidados,
Por mais que se atropelem, voam, chegam;
E dão furtivos beijos.
O Cisne, quando corta o manso lago,
Erguendo as brancas asas, e o pescoço;
A Nau, que ao longe passa,
Quando o vento lhe infuna o pano grosso,
O teu garbo não tem, minha Marília,
Não tem a tua graça.
Estima pois os mais a liberdade;
Eu prezo o cativeiro: sim, nem chamo
À mão de amor ímpia:
Honro a virtude, e os teus dotes amo:
Também o grande Aquiles veste a saia,
Também Alcides fia.
Lira IX
Marília, de que te queixas?
De que te roubou Dirceu
O sincero coração?
Não te deu também o seu?
E tu, Marília, primeiro
Não lhe lançaste o grilhão?
Todos amam: só Marília
Desta Lei da Natureza
Queria ter isenção?
Em torno das castas pombas,
Não rulam ternos pombinhos?
E rulam, Marília, em vão?
Não se afagam c’os biquinhos?
E a prova de mais ternura
Não os arrasta a paixão?
Todos amam: só Marília
Desta Lei da Natureza
Queria ter isenção?
Já viste, minha Marília,
Avezinhas, que não façam
Os seus ninhos no verão?
Aquelas, com quem se enlaçam,
Não vão cantar-lhes defronte
Do mole pouso, em que estão?
Todos amam: só Marília
Desta Lei da Natureza
Queria ter isenção?
Se os peixes, Marília, geram
Nos bravos mares, e rios,
Tudo efeitos de Amor são.
Amam os brutos ímpios,
A serpente venenosa,
A onça, o tigre, o leão.
Todos amam: só Marília
Desta Lei da Natureza
Queria ter isenção?
As grandes Deusas do Céu
Sentem a seta tirana
Da amorosa inclinação.
Diana, com ser Diana,
Não se abrasa, não suspira
Pelo amor de Endimião?
Todos amam: só Marília
Desta Lei da Natureza
Queria ter isenção?
Desiste, Marília bela,
De uma queixa sustentada
Só na altiva opinião.
Esta chama é inspirada
Pelo Céu; pois nela assenta
A nossa conservação.
Todos amam: só Marília
Desta Lei da Natureza
Não deve ter isenção.
Lira X
Se existe um peito,
Que isento viva
Da chama ativa,
Que acende Amor;
Ah! Não habite
Neste montado,
Fuja apressado
Do vil traidor.
Corra, que o ímpio
Aqui se esconde,
Não sei aonde;
Mas sei que o vi.
Traz novas setas,
Arco robusto;
Tremi de susto,
Em vão fugi.
Eu vou mostrar-vos,
Tristes mortais,
Quantos sinais
O ímpio tem.
Oh! Como é justo
Que todo o humano
Um tal tirano
Conheça bem!
No corpo ainda
Menino existe;
Mas quem resiste
Ao braço seu?
Ao negro Inferno
Levou a guerra;
Venceu a terra,
Venceu o Céu.
Jamais se cobrem
Seus membros belos;
E os seus cabelos
Que lindos são!
Vendados olhos,
Que tudo alcançam,
E jamais lançam
A seta em vão.
As suas faces
São cor de neve;
E a boca breve
Só risos tem.
Mas, ah! respira
Negros venenos,
Que nem ao menos,
Os olhos vêem.
Aljava grande
Dependurada,
Sempre atacada
De bons farpões.
Fere com estas
Agudas lanças
Pombinhas mansas,
Bravos leões.
Se a seta falta,
Tem outra pronta,
Que a dura ponta
Jamais torceu.
Ninguém resiste
Aos golpes dela:
Marília bela
Foi quem lha deu.
Ah! Não sustente
Dura peleja
O que deseja
Ser vencedor.
Fuja, e não olhe,
Que só fugindo
De um rosto lindo
Se vence Amor.
Lira XI
Não toques, minha Musa, não, não toques
Na sonorosa Lira,
Que às almas, como a minha, namoradas
Doces canções inspira:
Assopra no clarim, que apenas soa,
Enche de assombro a terra!
Naquele, a cujo som cantou Homero,
Cantou Virgílio a Guerra.
Busquemos, ó Musa,
Empresa maior;
Deixemos as ternas
Fadigas de Amor.
Eu já não vejo as graças, de que forma
Cupido o seu tesouro;
Vivos olhos, e faces cor-de-rosa,
Com crespos fios de ouro:
Meus olhos só vêem graças, e loureiros;
Vêem carvalhos, e palmas;
Vêem os ramos honrosos, que distinguem
As vencedoras almas.
Busquemos, ó Musa,
Empresa maior;
Deixemos as ternas
Fadigas de Amor.
Cantemos o herói, que já no berço
As serpes despedaça;
Que fere os Cacos, que destrona as hidras;
Mais os leões, que abraça.
Cantemos, se isto é pouco, a dura guerra
Dos Titãs, e Tifeus,
Que arrancam as montanhas, e atrevidos
Levam armas aos Céus.
Busquemos, ó Musa,
Empresa maior;
Deixemos as ternas
Fadigas de Amor.
Anima pois, ó Musa, o instrumento,
Que a voz também levanto,
Porém tu deste muito acima o ponto,
Dirceu não sobe tanto:
Abaixa, minha Musa, o tom, qu’ergueste;
Eu já, eu já te sigo.
Mas, ah! vou a dizer Herói, e Guerra,
E só MARÍLIA digo.
Deixemos, ó Musa,
Empresa maior;
Só posso seguir-te
Cantando de Amor.
Feres as cordas d’ouro? Ah! sim, agora
Meu canto já se afina:
E a humana voz parece que ao som delas
Se faz também divina.
O mesmo, que cercou de muro a Tebas,
Não canta assim tão terno;
Nem pode competir comigo aquele,
Que desceu ao negro Inferno.
Deixemos, ó Musa,
Empresa maior;
Só posso seguir-te
Cantando de Amor.
Mal repito MARÍLIA, as doces aves
Mostram sinais de espanto;
Erguem os colos, voltam as cabeças,
Param o ledo canto:
Move-se o tronco, o vento se suspende;
Pasma o gado, e não come:
Quanto podem meus versos! Quanto pode
Só de Marília o nome!
Deixemos, ó Musa,
Empresa maior;
Só posso seguir-te
Cantando de Amor.
Lira XII
Topei um dia
Ao Deus vendado,
Que descuidado
Não tinha as setas
Na ímpia mão.
Mal o conheço,
Me sobe logo
Ao rosto o fogo,
Que a raiva acende
No coração.
"Morre, tirano;
Morre, inimigo.”
Mal isto digo,
Raivoso o aperto
Nos braços meus.
Tanto que o moço
Sente apertar-se,
Para salvar-se
Também me aperta
Nos braços seus.
O leve corpo
Ao ar levanto;
Ah! e com quanto
Impulso o trago
Do ar ao chão!
Pôde suster-se
A vez primeira;
Mas à terceira
Nos pés, que alarga,
Se firma em vão.
Mal o derrubo,
Ferro aguçado
No já cansado
Peito, que arqueja,
Mil golpes deu.
Suou seu rosto;
Tremeu gemendo;
E a cor perdendo,
Bateu as asas;
Enfim morreu.
Qual bravo Alcides,
Que a hirsuta pele
Vestiu daquele
Grenhoso bruto,
A quem matou;
Para que prove
A empresa honrada,
Co’a mão manchada
Recolho as setas,
Que me deixou.
Ouviu Marília
Que Amor gritava;
E como estava
Vizinha ao sítio
Valer-lhe vem.
Mas quando chega
Espavorida,
Nem já de vida
O fero monstro
Indício tem.
Então, Marília,
Que o vê de perto
De pó coberto,
E todo envolto
No sangue seu,
As mãos aperta
No peito brando,
E aflita dando
Um ai, os olhos
Levanta ao Céu.
Chega-se a ele
Compadecida;
Lava a ferida
C’o prato amargo,
Que derramou.
Então o monstro
Dando um suspiro,
Fazendo um giro
Co’a baça vista,
Ressuscitou.
Respira a Deusa;
E vem o gosto
Fazer no rosto
O mesmo efeito,
Que fez a dor.
Que louca idéia
Foi, a que tive!
Enquanto vive
Marília bela,
Não morre Amor.
Lira XIII
Minha bela Marília, tudo passa;
A sorte deste mundo é mal segura;
Se vem depois dos males a ventura,
Vem depois dos prazeres a desgraça.
Estão os mesmos Deuses
Sujeitos ao poder do ímpio Fado:
Apolo já fugiu do Céu brilhante,
Já foi Pastor de gado.
A devorante mão da negra Morte
Acaba de roubar o bem, que temos;
Até na triste campa não podemos
Zombar do braço da inconstante sorte.
Qual fica no sepulcro,
Que seus avós ergueram, descansado;
Qual no campo, e lhe arranca os brancos ossos
Ferro do torto arado.
Ah! enquanto os Destinos impiedosos
Não voltam contra nós a face irada,
Façamos, sim façamos, doce amada,
Os nossos breves dias mais ditosos.
Um coração, que frouxo
A grata posse de seu bem difere,
A si, Marília, a si próprio rouba,
E a si próprio fere.
Ornemos nossas testas com as flores.
E façamos de feno um brando leito,
Prendamo-nos, Marília, em laço estreito,
Gozemos do prazer de sãos Amores.
Sobre as nossas cabeças,
Sem que o possam deter, o tempo corre;
E para nós o tempo, que se passa,
Também, Marília, morre.
Com os anos, Marília, o gosto falta,
E se entorpece o corpo já cansado;
Triste o velho cordeiro está deitado,
E o leve filho sempre alegre salta.
A mesma formosura
É dote, que só goza a mocidade:
Rugam-se as faces, o cabelo alveja,
Mal chega a longa idade.
Que havemos de esperar, Marília bela?
Que vão passando os florescentes dias?
As glórias, que vêm tarde, já vêm frias;
E pode enfim mudar-se a nossa estrela.
Ah! Não, minha Marília,
Aproveite-se o tempo, antes que faça
O estrago de roubar ao corpo as forças
E ao semblante a graça.
Lira XIV
Oh! quantos riscos,
Marília bela,
Não atropela
Quem cego arrasta
Grilhões de Amor!
Um peito forte,
De acordo falto,
Zomba do assalto
Do vil traidor.
O amante de Hero
Da luz guiado,
C’o peito ousado
Na escura noite
Rompia o mar.
Se o Helesponto
Se encapelava,
Ah! não deixava
De lhe ir falar.
Do Cantor Trácio
A herocidade
Esta verdade,
Minha Marília,
Prova também.
Cheio de esforço
Vai ao Cocito
Buscar aflito,
Seu doce bem.
Que ação tão grande
Nunca intentada!
Ao pé da entrada
Já tudo assusta
O coração:
Pendentes rochas,
Campos adustos,
Que nem arbustos,
Nem ervas dão.
Na funda fralda
De calvo monte,
Corre Aqueronte,
Rio de ardente,
Mortal licor.
Tem o barqueiro
Testa enrugada,
Vista inflamada,
Que mete horror.
Que seguranças!
Que fechaduras!
As portas duras
Não são de lenhos;
De ferro são.
Por três gargantas,
Quando alguém bate,
Raivoso late
O negro cão.
Dentro da cova
Soam lamentos;
Não mostra aos olhos
A escassa luz!
Minos a pena
Manda se intime
Igual ao crime,
Que ali conduz.
Grande penedo
Este carrega;
E apenas chega
Do monte ao cume,
O faz rolar.
A pedra sempre
Ao vale desce,
Sem que ele cesse
De a ir buscar.
Nas limpas águas
Habita aquele:
Por cima dele
Verdejam ramos,
Que pomos dão.
Debalde a boca
Molhar pretende.
Debalde estende
Faminta mão.
Tem outro o peito
Despedaçado:
Monstro esfaimado
Jamais descansa
De lho roer.
A roxa carne,
Que o abutre come,
Não se consome,
Torna a crescer.
Mas bem que tudo
Pavor inspira,
Tocando a lira
Desce ao Averno
O bom Cantor.
Não se entorpece
A língua, e braço;
Não treme o passo,
Não perde a cor.
Ah! também quanto
Dirceu obrara,
Se precisara
Marília bela
De esforço seu!
Rompera os mares
C’o peito terno,
Fora ao Inferno,
Subira ao Céu.
Aos dois amantes
De Trácia, e Abido
Não deu Cupido
Do que aos mais todos
Maior valor.
Por seus vassalos
Forças reparte,
Como lhes parte
Os graus de Amor.
Lira XV
A minha bela Marília
Tem de seu um bom tesouro;
Não é, doce Alceu, formado
Do buscado
Metal louro.
É feito de uns alvos dentes,
É feito de uns olhos belos,
De umas faces graciosas,
De crespos, finos cabelos;
E de outras graças maiores,
Que a natureza lhe deu:
Bens, que valem sobre a terra
E que têm valor no Céu.
Eu posso romper os montes,
Dar às correntes desvios
Nos caudosos
Turvos rios.
Posso emendar a ventura
Ganhando astuto a riqueza;
Mas, ah! caro Alceu, quem pode
Ganhar uma só beleza
Das belezas, que Marília
No seu tesouro meteu?
Bens, que valem sobre a terra,
E que têm valor no Céu.
Da sorte que vive o rico
Entre o fausto alegremente,
Vive o guardador do gado
Apoucado,
Mas contente.
Beije pois torpe avarento
As arcas de barras cheias:
Eu não beijo os vis tesouros,
Beijo as douradas cadeias,
Beijo as setas, beijo as armas
Com que o cego Amor venceu:
Bens, que valem sobre a terra,
E que têm valor no Céu.
Ama Apolo, e o fero Marte;
Ama, Alceu, o mesmo Jove:
Não é, não, a vã riqueza,
Sim beleza,
Quem os move.
Posto ao lado de Marília
Mais que mortal me contemplo:
Deixo os bens, que aos homens cegam,
Sigo dos Deuses o exemplo:
Amo virtudes, e dotes;
Amo enfim, prezado Alceu,
Bens, que valem sobre a terra,
E que têm valor no Céu.
Lira XVI
Minha Marília,
Tu enfadada?
Que mão ousada
Perturbar pode
A paz sagrada
Do peito teu?
Porém que muito
Que irado esteja
O teu semblante!
Também troveja
O claro Céu.
Eu sei, Marília,
Que outra Pastora
A toda hora,
Em toda a parte
Cega namora
Ao teu Pastor.
Há sempre fumo
Aonde há fogo:
Assim, Marília,
Há zelos, logo
Que existe amor.
Olha, Marília,
Na fonte pura
A tua alvura,
A tua boca,
E a compostura
Das mais feições.
Quem tem teu rosto
Ah! não receia
Que terno amante
Solte a cadeia,
Quebre os grilhões.
Não anda Laura
Nestas campinas
Sem as boninas
No seu cabelo,
Sem peles finas
No seu jubão.
Porém que importa?
O rico asseio
Não dá, Marília,
Ao rosto feio
A perfeição.
Quando apareces
Na madrugada,
Mal embrulhada
Na larga roupa,
E desgrenhada
Sem fita, ou flor;
Ah! que então brilha
A natureza!
Estão se mostra
Tua beleza
Inda maior.
O Céu formoso,
Quando alumia
O Sol de dia,
Ou estrelado
Noa noite fria,
Parece bem.
Também tem graça
Quando amanhece;
Até, Marília,
Quando anoitece
Também a tem.
Que tens, Marília,
Que ela suspire!
Que ela delire!
Que corra os vales!
Que os montes gire
Louca de amor!
Ela é que sente
Esta desdita,
E na repulsa
Mais se acredita
O teu Pastor.
Quando há, Marília,
Alguma festa
Lá na floresta,
(Fala a verdade)
dança com esta
o bom Dirceu?
E se ela o busca,
Vendo buscar-se
Não se levanta,
Não vai sentar-se
Ao lado teu?
Quando um por outro
Na rua passa,
Se ela diz graça,
Ou muda o gesto,
Esta negaça
Faz-lhe impressão?
Se está fronteira,
E brandamente
Lhe fita os olhos,
Não põe prudente
Os seus no chão?
Deixa o ciúme,
Que te desvela:
Marília bela,
Nunca receies
Dano daquela
Que igual não for.
Que mais desejas?
Tens lindo aspecto;
Dirceu se alenta
De puro afeto,
E pundonor.
Lira XVII
Não vês aquele velho respeitável
Que à muleta encostado
Apenas mal se move, e mal se arrasta?
Oh! quanto estrago não lhe fez o tempo!
O tempo arrebatado,
Que o mesmo bronze gasta.
Enrugaram-se as faces, e perderam
Seus olhos a viveza;
Voltou-se o seu cabelo em branca neve:
Já lhe treme a cabeça, a mão, o queixo,
Não tem uma beleza
Das belezas, que teve.
Assim também serei, minha Marília,
Daqui a poucos anos;
Que o ímpio tempo para todos corre.
Os dentes cairão, e os meus cabelos,
Ah! sentirei os danos,
Que evita só quem morre.
Mas sempre passarei uma velhice
Muito menos penosa.
Não trarei a muleta carregada:
Descansarei o já vergado corpo
Na tua mão piedosa,
Na tua mão nevada.
Nas frias tardes, em que negra nuvem
Os chuveiros não lance,
Irei contigo ao prado florescente:
Aqui me buscarás um sítio ameno;
Onde os membros descanse,
E o brando sol me aquente.
Apenas me sentar, então movendo
Os olhos por aquela
Vistosa parte, que ficar fronteira;
Apontando direi: "Ali falamos,
"Ali, ó minha bela,
"Te vi a vez primeira.”
Verterão os meus olhos duas fontes,
Nascidas de alegria:
Farão teus olhos ternos outro tanto:
Então darei, Marília, frios beijos
Na mão formosa, e pia,
Que me limpar o pranto.
Assim irá, Marília, docemente
Meu corpo suportando
Do tempo desumano a dura guerra.
Contente morrerei, por ser Marília
Quem sentida chorando
Meus braços olhos cerra.
Lira XVIII
Eu, Glauceste, não duvido
Ser a tua Eulina amada
Pastora formosa,
Pastora engraçada,
Vejo a sua cor-de-rosa,
Vejo o seu olhar divino,
Vejo os seus purpúreos beiços,
Vejo o peito cristalino;
Nem há coisa, que assemelhe
Ao crespo cabelo louro.
Ah! que a tua Eulina vale,
Vale um imenso tesouro!
Ela vence muito, e muito
À laranjeira copada,
Estando de flores,
E de frutos ornada.
É, Glauceste, os teus Amores;
E nem por outra Pastora,
Que menos dotes tivera,
Ou que menos bela fora,
O meu Glauceste cansara
As divinas cordas de ouro.
Ah! que a tua Eulina vale,
Vale um imenso tesouro!
Sim, Eulina é uma Deusa;
Mas anima a formosura
De uma alma de fera;
Ou inda mais dura.
Ah! quando Dirceu pondera
Que o seu Glauceste suspira,
Perde, perde o sofrimento,
E qual enfermo delira!
Tenha embora brancas faces,
Meigos olhos, fios de ouro,
A tua Eulina não vale,
Não vale imenso tesouro.
O fuzil, que imita a cobra,
Também aos olhos é belo:
Mas quando alumeia,
Tu tremes de vê-lo.
Que importa se mostra cheia
De mil belezas a ingrata?
Não se julga formosura
A formosura, que mata.
Evita, Glauceste, evita
O teu estrago, e desdouro;
A tua Eulina não vale,
Não vale imenso tesouro.
A minha Marília quanto
À natureza não deve!
Tem divino rosto,
E tem mãos de neve.
Se mostro na face o gosto,
Ri-se Marília contente;
Se canto, canta comigo,
E apenas triste me sente,
Limpa os olhos com as tranças
De fino cabelo louro.
A minha Marília vale,
Vale um imenso tesouro.
Lira XIX
Enquanto pasta alegre o manso gado,
Minha bela Marília, nos sentemos
À sombra deste cedro levantado.
Um pouco meditemos
Na regular beleza,
Que em tudo quanto vive, nos descobre
A sábia natureza.
Atende, como aquela vaca preta
O novilhinho seu dos mais separa,
E o lambe, enquanto chupa a lisa teta.
Atende mais, ó cara,
Como a ruiva cadela
Suporta que lhe morda o filho o corpo,
E salte em cima dela.
Repara, como cheia de ternura
Entre as asas ao filho essa ave aquenta,
Como aquela esgravata a terra dura,
E os seus assim sustenta;
Como se encoleriza,
E salta sem receio a todo o vulto,
Que junto deles pisa.
Que gosto não terá a esposa amante,
Quando der ao filhinho o peito brando,
E refletir então no seu semblante!
Quando, Marília, quando
Disser consigo: "É esta
De teu querido pai a mesma barba,
"A mesma boca, e testa.”
Que gosto não terá a mãe, que toca,
Quando o tem nos seus braços, c’o dedinho
Nas faces graciosas, e na boca
Do inocente filhinho!
Quando, Marília bela,
O tenro infante já com risos mudos
Começa a conhecê-la!
Que prazer não terão os pais ao verem
Com as mães um dos filhos abraçados;
Jogar outros a luta, outros correrem
Nos cordeiros montados!
Que estado de ventura!
Que até naquilo, que de peso serve,
Inspira Amor, doçura.
Lira XX
Em uma frondosa
Roseira se abria
Um lindo botão.
Marília formosa
O pé lhe torcia
Com a branca mão.
Nas folhas viçosas
A abelha enraivada
O corpo escondeu.
Tocou-lhe Marília,
Na mão descuidada
A fera mordeu.
Apenas lhe morde,
Marília gritando,
C’o dedo fugiu.
Amor, que no bosque
Estava brincando,
Aos ais acudiu.
Mal viu a rotura,
E o sangue espargido,
Que a Deusa mostrou;
Risonho beijando
O dedo ofendido,
Assim lhe falou:
"Se tu por tão pouco
"O pranto desatas,
"Ah! dá-me atenção;
"E como daquele,
"Que feres, e matas,
"Não tens compaixão?”
Lira XXI
Não sei, Marília, que tenho,
Depois que vi o teu rosto;
Pois quanto não é Marília,
Já não posso ver com gosto.
Noutra idade me alegrava,
Até quando conversava
Com o mais rude vaqueiro:
Hoje, ó Bela, me aborrece
Inda o trato lisonjeiro
Do mais discreto pastor
Que efeitos são os que sinto?
Serão efeitos de Amor?
Saio da minha cabana
Sem reparar no que faço:
Busco o sítio aonde moras,
Suspendo defronte o passo.
Fito os olhos na janela,
Aonde, Marília bela,
Tu chegas ao fim do dia;
Se alguém passa, e te saúda,
Bem que seja cortesia,
Se acende na face a cor.
Que efeitos são os que sinto?
Serão os efeitos de Amor?
Se estou, Marília, contigo,
Não tenho um leve cuidado;
Nem me lembra se são horas
De levar à fonte o gado.
Se vivo de ti distante,
Ao minuto, ao breve instante
Finge um dia o meu desgosto:
Jamais, Pastora, te vejo
Que em teu semblante composto
Não veja graça maior.
Que efeitos são os que sinto?
Serão os efeitos de Amor?
Ando já com o juízo,
Marília, tão perturbado,
Que no mesmo aberto sulco
Meto de novo o arado.
Aqui no centeio pego,
Noutra parte em vão o sego:
Se alguém comigo conversa,
Ou não respondo, ou respondo
Noutra coisa tão diversa,
Que nexo não tem menor.
Que efeitos são os que sinto?
Serão os efeitos de Amor?
Se geme o bufo agoureiro,
Só Marília me desvela,
Enche-se o peito de mágoa,
E não sei a causa dela.
Mal durmo, Marília, sonho
Que fero leão medonho
Te devora nos meus braços:
Gela-se o sangue nas veias,
E solto do sono os laços
À força da imensa dor.
Ah! que os efeitos, que sinto,
Só são efeitos de Amor.
Lira XXII
Muito embora, Marília, muito embora
Outra beleza, que não seja a tua,
Com a vermelha roda, a seis puxada,
Faça tremer a rua.
As paredes da sala, aonde habita,
Adorne a seda, e o tremó dourado;
Pendam largas cortinas, penda o lustre
Do teto apainelado.
Tu não habitarás palácios grande,
Nem andarás no coches voadores;
Porém terás um Vate, que te preze,
Que cante os teus louvores.
O tempo não respeita a formosura;
E da pálida morte a mão tirana
Arrasa os edifícios dos Augustos,
E arrasa a vil choupana.
Que belezas, Marília, floresceram,
De quem nem sequer temos a memória!
Só podem conservar um nome eterno
Os versos, ou a história.
Se não houvesse Tasso, nem Petrarca,
Por mais que qualquer delas fosse linda,
Já não sabia o mundo, se existiram
Nem Laura, nem Clorinda.
É melhor, minha Bela, ser lembrada
Por quantos hão de vir sábios humanos,
Que ter urcos, ter coches, e tesouros,
Que morrem com os anos.
Lira XXIII
Num sítio ameno
Cheio de rosas,
De brancos lírios,
Murtas viçosas;
Dos seus amores
Na companhia
Dirceu passava
Alegre o dia.
Em tom de graça
Ao terno amante
Manda Marília
Que toque, e cante.
Pega na lira,
Sem que a tempere,
A voz levanta,
E as cordas fere.
C’os doces pontos
A mão atina,
E a voz iguala
À voz divina.
Ela, que teve
De rir-se a idéia,
Nem move os olhos
De assombro cheia:
Então cupido
Aparecendo,
À Bela fala
Assim dizendo:
"Do teu amado
"A lira fias,
"Só porque dele
"Zombando rias?
"Quando num peito
"Assento faço,
"Do peito subo
"À língua, e braço.
"Nem creias que outro
"Estilo tome,
"Sendo eu o mestre,
"A ação teu nome.”
Lira XXIV
Encheu, minha Marília, o grande Jove
De imensos animais de toda a espécie
As terras, mais os ares,
O grande espaço dos salobros rios,
Dos negros, fundos mares,
Para sua defesa,
A todos deu as armas, que convinha
A sábia natureza.
Deu as asas aos pássaros ligeiros,
Deu ao peixe escamoso as barbatanas; Deu veneno à serpente,
Ao membrudo elefante a enorme tromba,
E ao javali o dente.
Coube ao leão a garra;
Com leve pé saltando o cervo foge;
E o bravo touro marra.
Ao homem deu as armas do discurso,
Que valem muito mais que as outras armas;
Deu-lhe dedos ligeiros,
Que podem converter em seu serviço
Os ferros, e os madeiros;
Que tecem fortes laços,
E forjam raios, com que aos brutos cortam
Os vôos, mais os passos.
Às tímidas donzelas pertenceram
Outras armas, que têm dobrada força,
Deu-lhes a Natureza
Além do entendimento, além dos braços
As armas da beleza.
Só ela ao Céu se atreve;
Só ela mudar pode o gelo em fogo,
Mudar o fogo em neve.
Eu vejo, eu vejo ser a formosura,
Quem arrancou da mão de Coriolano
A cortadora espada.
Vejo que foi de Helena o lindo rosto,
Quem pôs em campo armada
Toda a força da Grécia.
E quem tirou o cetro aos reis de Roma?
Só foi, só foi Lucrécia.
Se podem lindos rostos, mal suspiram,
O braço desarmar do mesmo Aquiles;
Se estes rostos irados
Podem soprar o fogo da discórdia
Em povos aliados;
És árbitra da terra:
Tu podes dar, Marília, a todo o mundo
A paz, e a dura guerra.
Lira XXV
O cego Cupido um dia
Com os seus Gênios falava
Do modo, que lhe restava
De cativar a Dirceu.
Depois de larga disputa,
Um dos Gênios mais sagazes
Este conselho lhe deu:
As setas mais aguçadas,
Como se em rocha batessem,
Dão no peito seu, e descem
Todas quebradas ao chão.
Só as graças de Marília
Podem vencer um tão duro,
Tão isento coração.
A fortuna desta empresa
Consiste em armar-se o laço,
Sem que sinta ser o braço,
Que lho prepara, de Amor:
Que ele vive como as aves,
Que já deixaram as penas
No visco do caçador.
Na força deste conselho
O raivoso Deus sossega,
E à tropa a honra entrega
De o fazer executar.
Todos pretendem ganhá-la;
Batem as asas ligeiros,
E vão as armas buscar.
Os primeiros se ocultaram
Da Deusa nos olhos belos:
Qual se enlaçou nos cabelos,
Qual às faces se prendeu.
Um amorinho cansado
Caiu dos lábios ao seio,
E nos peitos se escondeu.
Outro Gênio mais astuto
Este novo ardil alcança,
Muda-se numa criança
De divino parecer.
Esconde as asas, e a venda;
Esconde as setas, e quanto
Pode dá-lo a conhecer.
Ela que vê um menino
Todo de graças coberto,
Tão risonho, e tão esperto
Ali sozinho brincar,
A ele endireita os passos;
Finge Amor ter medo, e a Deusa
Mais que empenha em lhe pegar.
Ela corria chamando;
Ele fugia, e chorava:
Assim foram onde estava
O descuidado Pastor.
Este, mal viu a beleza,
E o gentil menino, entende
A malícia do traidor.
Põe as mãos sobre os ouvidos,
Cerra os olhos, e constante
Não quer ver o seu semblante,
Não o quer ouvir falar.
Qual Ulisses noutra idade
Para iludir as Sereias
Mandou tambores tocar.
Cupido, que a empresa via,
Julga o intento frustrado,
E de raiva transportado
O corpo na chão lançou.
Traçou a língua nos dentes;
Meteu as unhas no rosto,
E os cabelos arrancou.
O Gênio, que se escondia
Entre os peitos da Pastora,
Ergueu a cabeça fora,
E o sucesso conheceu.
Deixa o sossego em que estava,
E vai ligeiro meter-se
No peito do bom Dirceu.
Apenas do brando peito
Lhe tocou a neve fria,
Com o calor, que trazia,
Lhe abrasou o coração.
Dá o Pastor um suspiro,
Abre os seus olhos, e solta
Do apertado ouvido a mão.
Logo que viram os Gênios
Ao triste Pastor disposto
Para ver o lindo rosto,
Para as palavras ouvir,
Cada um as armas toma,
Cada um com elas busca
Seu terno peito ferir.
Com os cabelos da Deusa
Lhe forma um Cupido laços,
Que lhe seguram os braços,
Como se fossem grilhões.
O Pastor já não resiste;
Antes beija satisfeito
As suas doces prisões.
Lira XXVI
Tu não verás, Marília, cem cativos
Tirarem o cascalho, e a rica terra,
Ou dos cercos dos rios caudalosos,
Ou da minada terra.
Não verás separar ao hábil negro
Do pesado esmeril a grossa areia,
E já brilharem os granetes de ouro
No fundo da bateia.
Não verás derrubar os virgens matos;
Queimar as capoeiras ainda novas;
Servir de adubo à terra a fértil cinza
Lançar os grãos nas covas
Não verás enrolar negros pacotes
Das secas folhas do cheiroso fumo;
Nem espremer entre as dentadas rodas Da doce cana o sumo.
Verás em cima da espaçosa mesa
Altos volumes de enredados feitos;
Ver-me-ás folhear os grandes livros,
E decidir os pleitos
Enquanto revolver os meus consultos,
Tu me farás gostosa companhia,
Lendo os fatos da sábia mestra história,
E os cantos da poesia
Lerás em alta voz a imagem bela,
Eu vendo que lhe dás o justo apreço,
Gostoso tornarei a ler de novo
O cansado processo
Se encontrares louvada uma beleza,
Marília, não lhe invejes a ventura,
Que tens quem leve à mais remota idade
A tua formosura.
Lira XXVII
O destro Cupido um dia
Extraiu mimosas cores
De frescos lírios, e rosas,
De jasmins, e de outras flores.
Com as mais delgadas penas
Usa de uma, e de outra tinta,
E nos ângulos do cobre
A quatro belezas pinta.
Por fazer pensar a todos
No seu liso centro escreve
Um letreiro, que pergunta:
"Este espaço a quem se deve?”
Vênus, que viu a pintura,
E leu a letra engenhosa,
Pôs por baixo "Eu dele cedo;
"Dê-se a Marília formosa.”
Lira XXVIII
Alexandre, Marília, qual o rio,
Que engrossando no inverno tudo arrasa,
Na frente das coortes
Cerca, vence, abrasa
As cidades mais fortes.
Foi na glória das armas o primeiro;
Morreu na flor dos anos, e já tinha
Vencido o mundo inteiro.
Mas este bom soldado, cujo nome
Não há poder algum, que não abata,
Foi, Marília, somente
Um ditoso pirata,
Um salteador valente.
Se não tem uma fama baixa, e escura,
Foi por se pôr ao lado da injustiça
A insolente ventura.
O grande César, cujo nome voa,
À sua mesma Pátria a fé quebranta;
Na mão a espada toma,
Oprime-lhe a garganta,
Dá Senhores a Roma.
Consegue ser herói por um delito;
Se acaso não vencesse, então seria
Um vil traidor proscrito.
O ser herói, Marília, não consiste
Em queimar os Impérios: move a guerra,
Espalha o sangue humano,
E despovoa a terra
Também o mau tirano.
Consiste o ser herói em viver justo:
E tanto pode ser herói pobre,
Como o maior Augusto.
Eu é que sou herói, Marília bela,
Segundo da virtude a honrosa estrada:
Ganhei, ganhei um trono,
Ah! não manchei a espada,
Não roubei ao dono.
Ergui-o no teu peito, e nos teus braços:
E valem muito mais que o mundo inteiro
Uns tão ditosos laços.
Aos bárbaros, injustos vencedores
Atormentam remorsos, e cuidados;
Nem descansam seguros
Nos palácios cercados
De tropa, e de altos muros.
E a quantos nos não mostra a sábia história
A quem mudou o Fado em negro opróbrio
A mal ganhada glória.
Eu vivo, minha Bela, sim, eu vivo
Nos braços do descanso, e mais do gosto:
Quando estou acordado
Contemplo no teu rosto
De graças adornado:
Se durmo, logo sonho, e ali te vejo.
Ah! nem desperto, nem dormindo sobe
A mais o meu desejo.
Lira XXIX
Tu, formosa Marília, já fizeste
Com teus olhos ditosas as campinas
Do turvo ribeirão em que nasceste;
Deixa, Marília, agora
As já lavradas setas:
Anda afoita a romper os grossos mares,
Anda encher de alegria estranhas terras;
Ah! que por ti suspiram
Os meus saudosos lares.
Não corres como Safo sem ventura,
Em seguimento de um cruel ingrato,
Que não cede aos encantos da ternura;
Segues um fino amante,
Que a perder-te morria.
Quebra os grilhões do sangue, e vem, ó Bela;
Tu já foste no Sul a minha guia,
Ah! deves ser no Norte
Também a minha estrela.
Verás ao Deus Netuno sossegado,
Aplainar c'o tridente as crespas ondas; Ficar como dormindo o mar salgado;
Verás, verás, d'alheta
Soprar o brando vento;
Mover-se o leme, desrinzar-se o linho:
Seguirem os delfins o movimento,
Que leva na carreira
O empavesado pinho.
Verás como o Leão na proa arfando
Converte em branca espuma as negras ondas,
Que atalha, e corta com murmúrio brando;
Verás, verás, Marília
Da janela dourada,
Que uma comprida estrada representa
A linfa cristalina, que pisada
Pela popa que foge,
Em borbotões rebenta.
Bruto peixe verás de corpo imenso
Tornar o torto anzol, depois de o terem
Pela rasgada boca ao ar suspenso;
Os pequenos peixinhos
Quais pássaros voarem;
De toninhas verás o mar coalhado,
Ora surgirem, ora mergulharem,
Fingindo ao longe as ondas,
Que forma o vento irado.
Verás que o grande mostro se apresenta,
Um repuxo formando com as águas,
Que ao mar espalha da robusta venta;
Verás, enfim, Marília,
As nuvens levantadas,
Umas de cor azul, ou mais escuras,
Outras de cor-de-rosa, ou prateadas,
Fazerem no horizonte
Mil diversas figuras.
Mal chegares à foz do claro Tejo,
Apenas ele vir o teu semblante,
Dará no leme do baixel um beijo.
Eu lhe direi vaidoso:
"Não trago, não, comigo
"Nem pedras de valor, nem montes d'ouro;
"Roubei as áureas minas, e consigo
"Trazer para os teus cofres
"Este maior Tesouro".
Lira XXX
Cupido tirando
Dos ombros a aljava
Num campo de flores
Contente brincava.
E o corpo tenrinho
Depois, enfadado,
Incauto reclina
Na relva do prado.
Marília formosa,
Que ao Deus conhecia,
Oculta espreitava
Quanto ele fazia.
Mal julga que dorme
Se chega contente,
As armas lhe furta,
E o Deus a não sente.
Os Faunos, mal viram
As armas roubadas,
Saíram das grutas
Soltando risadas.
Acorda Cupido,
E a causa sabendo,
A quantos o insultam
Responde, dizendo:
"Temíeis as setas
"Nas minhas mãos cruas!
"Vereis o que podem
"Agora nas suas.”
Lira XXXI
O tirano Amor risonho
Me aparece e me convida
Para que seu jugo aceite;
E quer que eu passe em deleite
O resto da triste vida.
"O sonoro Anacreonte
(Astuto o moço dizia)
"Já perto da morte estava,
"Inda de amores cantava;
"Por isso alegre vivia.
"Aos negros, duros pesares
"Não resiste um peito fraco
"Se o amor o não fortalece:
"O mesmo Jove carece
"De Cupido, e mais de Baco.”
Eu lhe respondo: "Perjuro,
"Nada creio do que dizes;
"Porque já te fui sujeito,
"Inda conservo no peito
"Estas frescas cicatrizes.
"Se o mundo conhece males,
"Tu os maiores fizeste,
"Sim, tu a Tróia queimaste,
"Tu a Cartago abrasaste,
"E tu a Antônio perdeste.”
Amor, vendo que da oferta
Algum apreço não faço,
Me diz afoito que trate
De ir com ele a combate
Peito a peito, braço a braço.
Vou buscar as minhas armas;
Cinjo primeiro que tudo
O brilhante arnês, e à pressa
Ponho um elmo na cabeça,
Tomo a lança, e o grosso escudo.
Mal no campo me apresento,
Marília (oh Céus!) me aparece:
Logo que os olhos me fita,
O meu coração palpita,
A minha mão desfalece.
Então me diz o tirano:
"Confessa, louco, o teu erro;
"Contra as armas da beleza
"Não vale a externa defesa
"Dessa armadura de ferro.”
Lira XXXII
Junto a uma clara fonte
A mãe de Amor se assentou,
Encostou na mão o rosto,
No leve sono pegou.
Cupido, que a viu de longe,
Contente ao lugar correu;
Cuidando que era Marília
Na face um beijo lhe deu.
Acorda Vênus irada:
Amor a conhece; e então
Da ousadia, que teve,
Assim lhe pede o perdão:
"Foi fácil, ó Mãe formosa,
"Foi fácil o engano meu;
"Que o semblante de Marília
"É todo o semblante teu.”
Lira XXXIII
Minha Marília,
Se tens beleza,
Da Natureza
É um favor.
Mas se aos vindouros
Teu nome passa,
É só por graça
Do Deus de amor,
Que tanto inflama
A mente, o peito
Do teu Pastor.
Em vão se viram
Perlas mimosas,
Jasmins, e rosas
No rosto teu.
Em vão terias
Essas estrelas,
E as tranças belas,
Que o Céu te deu;
Se em doce versos
Não as cantasse
O bom Dirceu.
O voraz tempo
Ligeiro corre:
Com ele morre
A perfeição.
Essa, que o Egito
Sábia modera,
De Marco impera
No coração;
Mas já Otávio
Não sente a força
Do seu grilhão.
Ah! vem, ó Bela,
E o teu querido,
Ao Deus Cupido
Louvores dar;
Pois faz que todos
Com igual sorte
Do tempo, e morte
Possam zombar:
Tu por formosa,
E ele, Marília,
Por te cantar.
Mas ai! Marília,
Que de um amante,
Por mais que cante,
Glória não vem!
Amor se pinta
Menino, e cego:
No doce emprego
Do caro bem
Não vê defeitos,
E aumenta quantas
Belezas tem.
Nenhum dos Vates,
Em teu conceito,
Nutriu no peito
Néscia paixão?
Todas aquelas,
Que vês cantadas,
Foram dotadas
De perfeição?
Foram queridas;
Porém formosas
Talvez que não.
Porém que importa
Não valha nada
Seres cantada
Do teu Dirceu?
Tu tens, Marília,
Cantor celeste;
O meu Glauceste
A voz ergueu;
Irá teu nome
Aos fins da terra,
E ao mesmo Céu.
Quando nas asas
Do leve vento
Ao firmamento
Teu nome for:
Mostrando Jove
Graça extremosa,
Mudando a Esposa
De inveja a cor;
De todos há de,
Voltando o rosto,
Sorrir-se Amor.
Ah! não se manche
Teu brando peito
Do vil defeito
Da ingratidão:
Os versos beija,
Gentil Pastora,
A pena adora,
Respeita a mão,
A mão discreta,
Que te segura
A duração.
Lira XXXIV
Numa noite sossegado
Velhos papéis revolvia,
E por ver de que tratavam
Um por um a todos lia.
Eram cópias emendadas,
De quantos versos melhores
Eu compus na tenra idade
A meus diversos amores.
Aqui leio justas queixas
Contra a ventura formadas,
Leio excessos mal aceitos,
Doces promessas quebradas.
Vendo sem-razões tamanhas
Eu exclamo transportado:
"Que finezas tão mal-feitas!
"Que tempo tão mal passado!”
Junto pois num grande monte
Os soltos papéis, e logo,
Porque relíquias não fiquem,
Os intento pôr no fogo.
Então vejo que o Deus cego
Com semblante carregado
Assim me fala, e crimina
O meu intento acertado:
"Queres queimar esses versos?
"Dize, Pastor atrevido,
"Essas Liras não te foram
"Inspiradas por Cupido?
"Achas que de tais amores
"Não deve existir memória?
"Sepultando esses triunfos,
"Não roubas a minha glória?”
Disse Amor; e mal se cala,
Nos seus ombros a mão pondo,
Com um semblante sereno
Assim à queixa respondo:
"Depois, Amor, de me dares
"A minha Marília bela,
"Devo guardar umas liras,
"Que não são em honra dela?
"E que importa, Amor, que importa,
"Que a estes papéis destrua;
"Se é tua esta mão, que os rasga,
"Se a chama, que os queima, é tua?”
Apenas Amor me escuta
Manda que os lance nas brasas;
E ergue a chama c’o vento,
Que formou batendo as asas.
Lira XXXV
Em cima dos viventes fatigados
Morfeu as dormideiras espremia:
Os mentirosos sonhos me cercavam;
Na vaga fantasia
Ao vivo me pintavam
As glórias, que desperto,
Meu coração pedia.
Eu vou, eu vou subindo a nau possante,
Nos braços conduzindo a minha bela;
Volteia a grande roda, e a grossa amarra
Se enleia em torno dela;
Já ponho a proa à barra,
Já cai ao som do apito
Ora uma, ora outra vela.
Os arvoredos já não se distinguem:
A longa praia ao longe não branqueja;
E já se vão sumindo os altos montes,
Já não há que se veja
Nos claros horizontes,
Que não sejam vapores,
Que Céu, e mar não seja.
Parece vão correndo as negras águas,
E o pinho qual rochedo estar parado;
Ergue-se a onda, vem à nau direita,
E quebra no costado;
O navio se deita,
E ela finge a ladeira
Saindo do outro lado.
Vejo nadarem os brilhantes peixes,
Cair do lais a linha que os engana;
Um dourado no anzol está pendente,
Sofre morte tirana,
Entretanto que a sente,
Ao tombadilho açoita
A cauda, e a barbatana.
Sobre as ondas descubro uma carroça
De formosas conchinhas enfeitada;
Delfins a movem, e vem Tétis nela;
Na popa está parada;
Nem pode a Deusa bela
Tirar os brandos olhos
Da minha doce amada.
Nas costas dos golfinhos vêm montados
Os nus Tritões, deixando a esfera cheia
Com o rouco som dos búzios retorcidos.
Recreia, sim, recreia
Meus atentos ouvidos
O canto sonoroso
Da música sereia.
Já sobre ao grande mastro o bom gajeiro;
Descobre arrumação, e grita - terra!
À murada caminha alegre a gente;
Alguns entendem que erra;
Pelo imóvel somente
Conheço não ser nuvem,
Sim o cume d'alta serra.
De Mafra já descubro as grandes torres;
(E que nova alegria me arrebata!)
De Cascais a muleta já vem perto,
Já de abordar-nos trata;
Já o Piloto esperto,
Inda debaixo manda
Soltar mezena, e gata.
Eu vou entrando na espaçosa barra,
A grossa artilharia já me atroa;
Lá ficam Paço d'Arcos, e a Junqueira;
Já corre pela proa
Uma amarra ligeira;
E a nau já fica surta
Diante da grã Lisboa.
Agora, agora sim, agora espero
Renovar da amizade antigos laços;
Eu vejo ao velho pai, que lentamente
Arrasta a mim os passos;
Ah! como vem contente!
De longe mal me avista,
Já vem abrindo os braços.
Dobro os joelhos, pelos pés o aperto;
E manda que dos pés ao peito passe;
Marília, quanto eu fiz, fazer intenta;
Antes que os pés lhe abrace
Nos braços a sustenta;
Dá-lhe de filha o nome,
Beija-lhe a branca face.
Vou descer a escada, oh Céus, acordo!
Conheço não estar no claro Tejo;
Abro os olhos, procuro a minha amada,
E nem sequer a vejo,
Venha a hora afortunada,
Em que não fique em sonho
Tão ardente desejo!
Lira XXXVI
Pega na lira sonora,
Pega, meu caro Glauceste;
E ferindo as cordas de ouro,
Mostra aos rústicos Pastores
A formosura celeste
De Marília, meus amores.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
Que concurso, meu Glauceste,
Que concurso tão ditoso!
Tu és digno de cantares
O seu semblante divino;
E o teu canto sonoroso
Também do seu rosto é digno.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
Para pintares ao vivo
As suas faces mimosas,
A discreta natureza
Que providência não teve!
Criou no jardim as rosas,
Fez o lírio, e fez a neve.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
A pintar as negras tranças
Peço que mais te desveles,
Pinta chusmas de amorinhos
Pelos seus fios trepando;
Uns tecendo cordas deles,
Outros com eles brincando.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
Para pintares, Glauceste,
Os seus beiços graciosos,
Entre as flores tens o cravo,
Entre as pedras a granada,
E para os olhos formosos,
A estrela da madrugada.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
Mal retratares do rosto
Quanto julgares preciso,
Não dês a cópia por feita;
Passa o outros dotes, passa,
Pinta da vista, e do riso
A modéstia, mais a graça.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
Pinta o garbo de seu corpo
Com expressões delicadas;
Os seus pés, quando passeiam,
Pisando ternos amores;
E as mesmas plantas calcadas
Brotando viçosas flores.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
Pinta mais, prezado amigo,
Um terno amante beijando
Suas douradas cadeias;
E em doce pranto desfeito,
Ao monte, e vale ensinando
O nome, que temo no peito.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
Nem suspendas o teu canto,
Inda que, Pastor, se veja
Que a minha boca suspira,
Que se banha em pranto o rosto;
Que os outros choram de inveja,
E chora Dirceu de gosto.
Ah! pinta, pinta
A minha Bela!
E em nada a cópia
Se afaste dela.
Lira XXXVII
Convidou-me a ver seu Templo
O cego Cupido um dia;
Encheu-se de gosto o peito,
Fiz deste Deus um conceito,
Como dele não fazia.
Aqui vejo descorados
Os terníssimos amantes,
Entre as cadeias gemerem;
Vejo nas piras arderem
As entranhas palpitantes.
A quem amas, quanto avistas
(Diz Cupido) não aterra;
Quem quer cingir o loureiro
Também vai sofrer primeiro
Todo o trabalho da guerra.
Contudo, que te dilates
Neste sítio não convenho;
Deixa a estância lastimosa,
Vem ver a sala formosa
Aonde o me sólio tenho.
Entrei noutro grande Templo;
Que perspectiva tão grata!
Tudo quanto nele vejo
Passa além do meu desejo,
E o discurso me arrebata.
É de mármore, e de jaspe
O soberbo frontispício;
É todo por dentro de ouro;
E a um tão rico tesouro
Inda excede o artifício.
As janelas não se adornam
De sedas de finas cores;
Em lugar dos cortinados,
Estão presos, e enlaçados
Festões de mimosas flores.
Em torno da sala augusta
Ardem dourados braseiros,
Queimam resinas que estalam,
E postas em fumo exalam
Da Panchaia os gratos cheiros.
Ao pé do trono os seus Gênios
Alegres hinos entoam;
Dançam as Graças formosas,
E aqui as horas gostosas
Em vez de correrem voam.
Estão sobre o pavimento
Igualmente reclinados,
Nos colos dos seus amores,
Os grandes Reis, e os Pastores,
De frescas rosas coroados.
Mal o acordo restauro,
Me diz o moço risonho,
Como ainda não reparas
Em tantas coisas tão raras,
De que este Templo componho?
Sabes a história de Jove?
Aqui tens o manso Touro,
Tens o Cisne decantado,
A Velha em que foi mudando,
Com a grossa chuva de ouro.
Aplica, Dirceu, agora
Os olhos para esta parte,
Aqui tens a Lira d'ouro
Que inda estima o Pastor louro;
E a rede que enlaça a Marte.
Vês este arco destramente
De branco marfim ornado?
À casta Deusa servia,
E o perdeu quando dormia
Do gentil Pastor ao lado.
Vês esta lira? com ela
Tira Orfeu ao bem querido
Dos Infernos onde estava:
Vês este farol? guiava
Ao meu nadador de Abido.
Vês estas duas espadas
Ainda de sangue cheias?
A Tisbe, e a Dido mataram;
E os fortes pulsos ornaram
De Píramo, e mais de Enéias.
Sabes quem vai no navio,
Que neste mar se levanta?
É Teseu. Vês esse pomo?
É de Cídipe, assim como
São aqueles de Atalanta.
Vês agora estes retratos,
Que destros pincéis fizeram,
Ah! que pinturas divinas!
Todas são das heroínas,
Que mais vitórias me deram.
Repara nesse semblante,
É o semblante de Helena;
Lá se avista a Grega armada,
E aqui de Tróia abrasada
Se mostra a funesta cena.
Vês est'outra formosura?
É a bela Deidamia;
Lá tens Aquiles ao lado,
De uma saia disfarçado,
Como com ela vivia.
Cleópatra é quem se segue:
Ali tens lançando a linha
Marco Antonio sossegado,
Ao tempo em que Augusto irado
Com armada nau caminha.
Aqui Hérnia se figura;
Vê um Sábio dos maiores,
Qual infame delinqüente,
Ir desterrado, somente
Por cantar os seus amores.
Este é de Ônfale o retrato;
Aqui tens (quem o diria!)
Ao grande Hércules sentado
Com as mais damas no estrado,
Onde em seu obséquio fia.
Anda agora a est'outra parte,
Conheces, Dirceu, aquela?
Onde vais, lhe digo, explica,
Que beleza aqui nos fica,
Sem fazeres caso dela?
Ergo o rosto, ponho a vista
Na imagem não explicada,
Oh! quanto é digna de apreço!
Mal exclamo assim, conheço
Ser a minha doce amada.
O coração pelos olhos
Em terno pranto saía,
E no meu peito saltava;
Disfarçando amor, olhava
Para mim a furto, e ria.
Depois de passado tempo,
A mim se chega, e me abala;
Desperto de tanto assombro;
Ele bate no meu ombro,
E assim afável me fala:
Sim, caro Dirceu, é esta
A divina formosura,
Que te destina Cupido;
Aqui tens o laço urdido
Da tua imortal ventura.
Um Nume, Dirceu, um Nume,
Que os trabalhos de um humano
Desta sorte felicita,
Não é como se acredita,
Não é um Nume tirano.
Olha se a cega Fortuna,
De tudo quanto se cria,
Ou nos mares, ou na terra,
Em seus tesouros encerra
Outro bem de mais valia?
Lisas faces cor-de-rosa,
Brancos dentes, olhos belos,
Lindos beiços encarnados,
Pescoço, e peitos nevados,
Negros, e finos cabelos,
Não valem mais que cingires,
Com braço de sangue imundo,
Na cabeça o verde louro?
Do que teres montes de ouro?
Do que dares leis ao mundo?
Ah! ensina, sim, ensina
Ao vil mortal atrevido,
E ao peito que adora terno,
Que tem, para um o Inferno,
Para outro um Céu, Cupido.
Ao resto Amor me convida,
Eu chorando a mão lhe beijo,
E lhe digo: Amor, perdoa
Não seguir-te; pois não voa
A ver mais o meu desejo.
PARTE II
Lira I
Já não cinjo de louro a minha testa;
Nem sonoras canções o Deus me inspira:
Ah! que nem me resta
Uma já quebrada,
Mal sonora Lira!
Mas neste mesmo estado, em que me vejo,
Pede, Marília, Amor que vá cantar-te:
Cumpro o seu desejo;
E ao que resta supra
A paixão, e a arte.
A fumaça, Marília, da candeia,
Que a molhada parede ou suja, ou pinta,
Bem que tosca, e feia,
Agora me pode
Ministrar a tinta.
Aos mais preparos o discurso apronta:
Ele me diz, que faça do pé de uma
Má laranja ponta,
E dele me sirva
Em lugar de pluma.
Perder as úteis horas não, não devo;
Verás, Marília, uma idéia nova:
Sim, eu já te escrevo,
Do que esta alma dita
Quando amor aprova.
Quem vive no regaço da ventura
Nada obra em te adorar, que assombro faça:
Mostra mais ternura
Quem te ensina, e morre
Nas mãos da desgraça.
Nesta cruel masmorra tenebrosa
Ainda vendo estou teus olhos belos,
A testa formosa,
Os dentes nevados,
Os negros cabelos.
Vejo, Marília, sim, e vejo ainda
A chusma dos Cupidos, que pendentes
Dessa boca linda,
Nos ares espalham
Suspiros ardentes.
Se alguém me perguntar onde eu te vejo,
Responderei: No peito, que uns Amores
De casto desejo
Aqui te pintaram,
E são bons Pintores.
Mal meus olhos te viram, ah! nessa hora
Teu retrato fizeram, e tão forte,
Que entendo, que agora
Só pode apagá-lo
O pulso da Morte.
Isto escrevia, quando, ó Céus, que vejo!
Descubro a ler-me os versos o Deus louro:
Ah! dá-lhes um beijo,
E diz-me que valem
Mais que letras de ouro.
Lira II
Morri, ó minha Bela:
Não foi a Parca impia,
Que na tremenda roca,
Sem ter descanso, fia;
Não foi, digo, não foi a Morte feia
Quem o ferro moveu, e abriu no peito
A palpitante veia.
Eu, Marília, respiro;
Mas o mal, que suporto,
É tão tirano, e forte,
Que já me dou por morto:
A insolente calúnia depravada
Ergueu-se contra mim, vibrou da língua
A venenosa espada.
Inda, ó Bela, não vejo
Cadafalso enlutado,
Nem de torpe verdugo
Braço de ferro armado;
Mas vivo neste mundo, ó sorte impia,
E dele só me mostra a estreita fresta
O quando é noite, ou dia.
Olhos baços, e sumidos,
Macilento, e descarnado,
Barba crescida, e hirsuta,
Cabelo desgrenhado;
Ah! que imagem tão digna de piedade!
Mas é, minha Marília como vive
Um réu de Majestade.
Venha o processo, venha;
Na inocência me fundo:
Mas não morreram outros,
Que davam honra ao mundo!
O tormento, minha alma, não recuses:
A quem sábio cumpriu as leis sagradas
Servem de sólio as cruzes.
Tu, Marília, se ouvires,
Que ante o teu rosto aflito
O meu nome se ultraja
C'o suposto delito,
Dize severa assim em meu abono:
"Não toma as armas contra um Cetro justo
"Alma digna de um trono".
Lira III
Esprema a vil calúnia muito embora
Entre as mãos denegridas, e insolentes,
Os venenos das plantas,
E das bravas serpentes.
Chovam raios e raios, no meu rosto
Não hás de ver, Marília, o medo escrito:
O medo perturbador,
Que infunde o vil delito.
Podem muito, conheço, podem muito,
As fúrias infernais, que Pluto move;
Mas pode mais que todas
Um dedo só de Jove.
Este Deus converteu em flor mimosa,
A quem seu nome dera, a Narciso;
Fez de muitos os Astros,
Qu’inda no Céu diviso.
Ele pode livrar-me das injúrias
Do néscio, do atrevido ingrato povo;
Em nova flor mudar-me,
Mudar-me em Astro novo.
Porém se os justos Céus, por fins ocultos,
Em tão tirano mal me não socorrem;
Verás então, que os sábios,
Bem como vivem, morrem.
Eu tenho um coração maior que o mundo!
Tu, formosa Marília, bem o sabes:
Um coração..., e basta,
Onde tu mesma cabes.
Lira IV
Sucede, Marília bela,
À medonha noite o dia;
A estação chuvosa e fria
À quente seca estação.
Muda-se a sorte dos tempos;
Só a minha sorte não?
Os troncos nas Primaveras
Brotam em flores viçosos,
Nos Invernos escabrosos
Largam as folhas no chão.
Muda-se a sorte dos troncos;
Só a minha sorte não?
Aos brutos, Marília, cortam
Armadas redes os passos,
Rompem depois os seus laços,
Fogem da dura prisão.
Muda-se a sorte dos brutos;
Só a minha sorte não?
Nenhum dos homens conserva
Alegre sempre o seu rosto;
Depois das penas vem gosto,
Depois de gosto aflição.
Muda-se a sorte dos homens;
Só a minha sorte não?
Aos altos Deuses moveram
Soberbos Gigantes guerra;
No mais tempos o Céu, e a Terra
Lhes tributa adoração.
Muda-se a sorte dos Deuses;
Só a minha sorte não?
Há de, Marília, mudar-se
Do destino a inclemência;
Tenho por mim a inocência,
Tenho por mim a razão.
Muda-se a sorte de tudo;
Só a minha sorte não?
O tempo, ó Bela, que gasta
Os troncos, pedras, e o cobre,
O véu rompe, com que encobre
À verdade a vil traição.
Muda-se a sorte de tudo;
Só a minha sorte não?
Qual eu sou, verá o mundo;
Mais me dará do que eu tinha,
Tornarei a ver-te minha;
Que feliz consolação!
Não há de tudo mudar-se;
Só a minha sorte não.
Lira V
Já, já me vai, Marília, branquejando
Louro cabelo, que circula a testa;
Este mesmo, que alveja, vai caindo
E pouco já me resta.
As faces vão perdendo as vivas cores,
E vão-se sobre os ossos enrugando,
Vai fugindo a viveza dos meus olhos;
Tudo se vai mudando.
Se quero levantar-me, as costas vergam;
As forças dos meus membros já se gastam,
Vou a dar ela casa uns curtos passos,
Pesam-me os pés, e arrastam.
Se algum dia me vires destas sorte,
Vê que assim me não pôs a mão dos anos:
Os trabalhos, Marília, os sentimentos,
Fazem os mesmos danos.
Mal te vir, me dará em poucos dias
A minha mocidade o doce gosto;
Verás burnir-se a pele, o corpo encher-se,
Voltar a cor ao rosto.
No calmoso Verão as plantas secam;
Na Primavera, que os mortais encanta,
Apenas cai do Céu o fresco orvalho,
Verdeja logo a planta.
A doença deforma a quem padece;
Mas logo que a doença faz seu termo,
Torna, Marília, a ser quem era dantes,
O definhado enfermo.
Supõe-me qual doente, ou mal a planta,
No meio da desgraça, que me altera;
Eu também te suponho qual saúde,
Ou qual a Primavera.
Se dão esses teus meigos, vivos olhos
Aos mesmos Astros luz, e vida às flores,
Que efeitos não farão, em quem por eles
Sempre morreu de amores?
Lira VI
Os mares, minha bela, não se movem,
O brando Norte assopra, nem diviso
Uma nuvem sequer na Esfera toda;
O destro Nauta aqui não é preciso;
Eu só conduzo a nau, eu só modero
Do seu governo a roda.
Mas ah! que o sul carrega, o mar se empola,
Rasga-se a vela, o mastaréu se parte!
Qualquer varão prudente aqui já teme;
Não tenho a necessária força, e arte.
Corra o sábio Piloto, corra, e venha
Reger o duro leme.
Como sucede à nau no mar, sucede
Aos homens na ventura, e na desgraça;
Basta ao feliz não ter total demência;
Mas quem de venturoso a triste passa,
Deve entregar o leme do discurso
Nas mãos da sã prudência.
Todo o Céu se cobriu, os raios chovem:
E esta alma, em tanta pena consternada,
Nem sabe aonde possa achar conforto.
Ah! não, não tardes, vem, Marília amada,
Toma o leme da nau, mareia o pano,
Vai-a salvar no porto.
Mas ouço já de Amor as sábias vozes:
Ele me diz que sofra, senão morro,
E perco então, se morro, uns doces laços;
Não quero já, Marília, mais socorro;
Oh! ditoso sofrer, que lucrar pode
A glória dos teus braços!
Lira VII
Vou-me, ó Bela, deitar na dura cama,
De que nem sequer sou o pobre dono:
Estende sobre mim Morfeu as asas,
E vem ligeiro o sono.
Os sonhos, que rodeiam a tarimba,
Mil coisas vão pintar na minha idéia;
Não pintam cadafalsos, não, não pintam
Nenhuma imagem feia.
Pintam que estou bordando um teu vestido;
Que um menino com asas, cego, e louro,
Me enfia nas agulhas o delgado,
O brando fio de ouro.
Pintam que nos conduz dourada sege
À nossa habitação; que mil Amores
Desfolham sobre o leito as molhes folhas
Das mais cheirosas flores.
Pintam que desta terra nos partimos;
Que os amigos saudosos, e suspensos
Apertam nos inchados, roxos olhos
Os já molhados lenços.
Pintam que os mares sulco da Bahia;
Onde passei a flor da minha idade;
Que descubro as palmeiras, e em dois bairros
Partida a grã Cidade.
Pintam leve escaler, e que na prancha
O braço já te of'reço reverente;
Que te aponta c'o dedo, mal te avista,
Amontoada gente.
Aqui, alerta, grita o mau soldado;
E o outro, alerta estou, lhe diz gritando:
Acordo com a bulha, então conheço,
Que estava aqui sonhando.
Se o meu crime não fosse só de amores,
A ver-me delinqüente, réu de morte,
Não sonhara, Marília, só contigo,
Sonhara de outra sorte.
Lira VIII
De que te queixas,
Língua importuna?
De que a Fortuna
Roubar-te queira
O que te deu?
Este foi sempre
O gênio seu.
Levou, Marília,
A ímpia sorte
Catões à morte;
Nem sepultura
Lhes concedeu.
Este foi sempre
O gênio seu.
A outros muitos,
Que vis nasceram,
Nem mereceram,
A grandes tronos
A ímpia ergueu.
Este foi sempre
O gênio seu.
Espalha a Cega
Sobre os humanos
Os bens, e os danos,
E a quem se devam
Nunca escolheu.
Este foi sempre
O gênio seu.
A quanto é justo
Jamais se dobra;
Nem igual obra
C’os mesmos Deuses
Do claro Céu.
Este foi sempre
O gênio seu.
Sobe, ao Céu, Vênus
Num carro ufano;
E cai Vulcano
Da pura esfera,
Em que nasceu.
Este foi sempre
O gênio seu.
Mas não me rouba,
Bem que se mude,
Honra, e virtude:
Que o mais é dela,
Mas isto é meu.
Este foi sempre
O gênio seu.
Lira IX
Meu prezado Glauceste,
Se fazes o conceito,
Que, bem que réu, abrigo
A cândida virtude no meu peito;
Se julgas, digo, que mereço ainda
Da tua mão socorro,
Ah! vem dar-mo agora,
Agora sim que morro.
Não quero, que montado
No Pégaso fogoso,
Venhas com dura lança
Ao monstro infame traspassar raivoso.
Deixa que viva a pérfida calúnia,
E forje o meu tormento:
Com menos, meu Glauceste,
Com menos me contento.
Toma a lira dourada,
E toca um pouco nela:
Levanta a voz celeste
Em parte que te escute a minha Bela;
Enche todo o contorno de alegria;
Não sofras, que o desgosto
Afogue em pranto amargo
O seu divino rosto.
Eu sei, eu sei, Glauceste,
Que um bom cantor havia,
Que os brutos amansava;
Que os troncos, e os penedos atraía.
De outro destro Cantor também afirma
A sábia antigüidade,
Que as muralhas erguera
De uma grande Cidade.
Orfeu as cordas fere;
O som delgado, e terno
Ao Rei Plutão abranda,
E o deixa, que penetre o fundo Averno.
Ah! tu a nenhum cedes, meu Glauceste,
Na lira, e mais no canto;
Podes fazer prodígios,
Obrar ou mais, ou tanto.
Levanta pois as vozes:
Que mais, que mais esperas?
Consola um peito aflito;
Que é menos ainda, que domar as feras.
Com isto me darás no meu tormento
Um doce lenitivo;
Que enquanto a Bela vive,
Também, Glauceste, vivo.
Lira X
Eu vejo, ó minha Bela, aquele Nume
A quem o nome deram de Fortuna;
Pega-me pelo braço,
E com voz importuna
Me diz que mova o passo;
Que entre no grande Templo, em que se encerra
Quanto o destino manda,
Que ela obre sobre a terra.
Que coisas portentosas nele encontro!
Eu vejo a pobre fundação de Roma;
Vejo-a queimar Cartago;
Vejo que as gentes doma;
E vejo o seu estrago.
Lá floresce o poder do Assírio Povo;
Aqui os Medos crescem,
E os perde um braço novo.
Então me diz a Deusa: "E que pretendes?
"Todas estas medalhas ver agora?
"Ah! não, não sejas louco!
"Espaço de anos fora
"Para isso ainda pouco;
"Deixa estranhos sucessos, vem comigo;
"Verás quanto inda deve
"Acontecer contigo.”
Levou-me aonde estava a minha história,
Que toda me explicou com modo, e arte.
"Tirei-te libras de ouro”,
Me diz, "e quero dar-te
"Todo aquele tesouro.
"Não suspira por bens um peito nobre":
Severo lhe respondo,
"Vivo afeito a ser pobre”.
Aqui me enruga a Deusa irada a testa,
E fica sem falar um breve espaço.
"Alegra, alegra o rosto”,
Prossegue, "ali te faço
"Restituir o posto.”
Respondo em ar de mofa, e tom sereno:
"Conheço-te, Fortuna,
"Posso morrer pequeno”.
"Aqui te dou, me diz, a tua amada”:
Então me banho todo de alegria.
"Cuidei, me torna a cega,
"Que essa alma não queria
"Nem esta mesma entrega”.
"É esse o bem, respondo, que me move,
"Mas este bem é santo,
"Vem só da mão de Jove.”
Queria mais falar; eu insofrido
Desta maneira rompo os seus acentos:
"Basta, Fortuna, basta,
"Estes breves momentos
"Lá noutras coisas gasta;
"Da minha sorte nada mais contemplo”.
E, chamando Marília,
Suspiro, e deixo o Templo.
Lira XI
A estas horas
Eu procurava
Os meus Amores;
Tinham-me inveja
Os mais Pastores.
A porta abria,
Inda esfregando
Os olhos belos,
Sem flor, nem fita,
Nos seus cabelos.
Ah! que assim mesmo
Sem compostura,
É mais formosa,
Que a estrela d’alva,
Que a fresca rosa.
Mal eu a via,
Um ar mais leve,
(Que doce efeito!)
Já respirava
Meu terno peito.
Do cerco apenas
Soltava o gado,
Eu lhe amimava
Aquela ovelha
Que mais amava.
Dava-lhe sempre
No rio, e fonte,
No prado, e selva,
Água mais clara,
Mais branda relva.
No colo a punha;
Então brincando
A mim a unia;
Mil coisas ternas
Aqui dizia.
Marília vendo,
Que eu só com ela
É que falava,
Ria-se a furto,
E disfarçava.
Desta maneira
Nos castos peitos,
De dia em dia
A nossa chama
Mais se acendia.
Ah! quantas vezes,
No chão sentado,
Eu lhes lavrava
As finas rocas,
Em que fiava!
Da mesma sorte
Que à sua amada,
Que está no ninho,
Fronteiro canta
O passarinho;
Na quente sesta,
Dela defronte,
Eu me entretinha
Movendo o ferro
Da sanfoninha.
Ela por dar-me
De ouvir o gosto,
Mais se chegava;
Então vaidoso
Assim cantava:
"Não há Pastora,
"Que chegar possa
"À minha Bela,
"Nem quem me iguale
"Também na estrela;
"Se amor concede
"Que eu me recline
"No branco peito,
"Eu não invejo
"De Jove o feito;
"Ornam seu peito
"As sãs virtudes,
"Que nos namoram;
"No seu semblante
"As Graças moram”.
Assim vivia:
Hoje em suspiros
O canto mudo;
Assim, Marília,
Se acaba tudo.
Lira XII
Se acaso não estou no fundo Averno,
Padece, ó minha Bela, sim padece
O peito amante, e terno,
As aflições tiranas, que aos Precitos
Arbitra Radamanto em justa pena
Dos bárbaros delitos.
As Fúrias infernais, rangendo os dentes,
Com a mão escarnada não se aplicam
As raivosas serpentes;
Mas cercam-me outros monstros mais irados:
Mordem-se sem cessar as bravias serpes
De mil, e mil cuidados.
Eu não gasto, Marília, a vida toda
Em lançar o penedo da montanha;
Ou em mover a roda;
Mas tenho ainda mais cruel tormento:
Por coisas que me afligem, rod, e gira
Cansado pensamento.
Com retorcidas unhas agarrado
Às tépidas entranhas não se come
Um abutre esfaimado;
Mas sinto de outro monstro a crueldade:
Devora o coração, que mal palpita,
O abutre da saudade.
Não vejo os pomos, nem as águas vejo,
Que de mim se retiram quando busco
Fartar o meu desejo;
Mas quer, Marília, o meu destino ingrato
Que lograr-te não possa, estando vendo
Nesta alma o teu retrato.
Estou no Inferno, estou, Marília bela;
E numa coisa só é mais humana
A minha dura estrela:
Uns não podem mover do Inferno os passos;
Eu pretendo voar, e voar cedo
À glória dos teus braços.
Lira XIII
Arde o velho barril, arde a cabeça,
Em honra de João na larga rua;
O crédulo mortal agora indaga
Qual seja a sorte sua?
Eu não tenho alcachofra, que à luz chegue,
E nela orvalhe o Céu de madrugada,
Para ver se rebentam novas folhas
Aonde foi queimada.
Também não tenho um ovo, que despeje
Dentro dum copo d’água, e possa nela
Fingir palácios grandes, altas torres,
E uma nau à vela.
Mas, ah! em bem me lembre; eu tenho ouvido
Que a boca um bochecho d’água tome,
E atrás de qualquer porta atento esteja,
Até ouvir um nome.
Que o nome, que primeiro ouvir, é esse
O nome, que há de ter a minha amada;
Pode verdade ser; se for mentira,
Também não custa nada.
Vou tudo executar, e de repente
Ouvi dizer o nome de Filena:
Despejo logo a boca: ah! não sei como
Não morro ali de pena!
Aparece Cupido: então soltando
Em ar de zombaria uma risada,
"E que tal, me pergunta, esteve a peça?
"Não foi bem pregada?
"Eu já te disse, que Marília é tua:
"Tu fazes do meu dito tanta conta,
"Que vais acreditar o que te ensina
"Velha mulher já tonta”.
Humilde lhe respondo: "Quem debaixo
"Do açoite da Fortuna aflito geme,
"Nas mesmas coisas, que só são brinquedos
"Se agouram males, e teme.”
Lira XIV
Ah! Marília, que tormento
Não tens de sentir saudosa!
Não podem ver os teus olhos
A campina deleitosa,
Nem a tua mesma aldeia,
Que tiranos não proponham
À inda inquieta idéia
Uma imagem de aflição.
Mandarás aos surdos Deuses
Novos suspiros em vão.
Quando levares, Marília,
Teu ledo rebanho ao prado,
Tu dirás: "Aqui trazia
"Dirceu também o seu gado".
Verás os sítios ditosos
Onde, Marília, te dava
Doces beijos amorosos
Nos dedos da branca mão.
Mandarás aos surdos Deuses
Novos suspiros em vão.
Quando à janela saíres,
Sem quereres, descuidada,
Tu verás, Marília, a minha,
A minha pobre morada.
Tu dirás então contigo:
"Ali Dirceu esperava
"Para me levar consigo;
E ali sofreu a prisão". Mandarás aos surdos Deuses
Novos suspiros em vão.
Quando vires igualmente
Do caro Glauceste a choça,
Onde alegre se juntavam
Os poucos da escolha nossa,
Pondo os olhos na varanda
Tu dirás de mágoa cheia:
"Todo o congresso ali anda,
"Só o meu amado não".
Mandarás aos surdos Deuses
Novos suspiros em vão.
Quando passar pela rua
O meu companheiro honrado,
Sem que me vejas com ele
Caminhar emparelhado,
Tu dirás: "Não foi tirana
"Somente comigo a sorte;
"Também cortou desumana
"A mais fiel união".
Mandarás aos surdos Deuses
Novos suspiros em vão.
Numca masmorra metido,
Eu não vejo imagens destas,
Imagens, que são por certo
A quem adora funestas.
Mas se existem separadas
Dos inchados, roxos olhos,
Então, que é mais, retratadas
No fundo do coração.
Também mando aos surdos Deuses
Tristes suspiros em vão.
Lira XV
Vês, Marília, um cordeiro
De flores enramado,
Como alegre corre
A ser sacrificado?
O Povo para o Templo já concorre;
A Pira sacrossanta já se acende;
O Ministro o fere, ele bala, e morre.
Vês agora o novilho,
A quem segura o laço,
No chão as mãos especa,
Nem quer mover um passo.
Não conhece que sai de um mau terreno;
Que o forte pulso, que a seguir o arrasta,
O conduz a viver num campo ameno.
Ignora o bruto como
Lhe dispomos a sorte;
Um vai forçado à vida,
Vai outro alegre à morte:
Nós temos, minha bela, igual demência;
Não sabemos os fins, com que nos move
A sábia, oculta Mão da Providência.
De Jacó ao bom filho
Os maus matar quiseram.
De conselho muraram.
Como escravo o venderam.
José não corre a ser um servo aflito;
Vai subindo os degraus, por onde chega
A ser um quase Deus no grande Egito.
Quem sabe o Destino
Hoje, ó Bela, me prende.
Só porque nisto de outros
Mais danos me defende?
Pode ainda raiar um claro dia.
Mas quer raie, quer não, ao Céu adoro;
E beijo a santa mão, que assim me guia.
Lira XVI
Alma digna de mil Avós Augustos!
Tu sentes, tu soluças,
Ao ver cair os justos;
Honras as santas leis da Humanidade:
E os teus exemplos deve
Gravar com letras de ouro no seu Templo
A cândida Amizade.
Não é, não é de Herói uma alma forte,
Que vê com rosto enxuto
No seu igual a morte.
Não é também de Herói um peito duro,
Que a sua glória firma
Em que lhe não resiste ao ferro, e fogo,
Nem legião, nem muro.
Oh! quanto ousado Chefe me namora,
Quando vê a cabeça
Do bom Pompeu, e chora!
É grande para mim, quem move os passos,
E de Dario aos filhos,
Que como escravos seus tratar pudera,
Recebe nos seus braços.
Se alcança Enéias, capitão piedoso,
Entre os Heróis do Mundo
Um nome glorioso,
Não é, porque levanta uma cidade;
É sim, porque nos ombros
Salvou do incêndio ao Pai, a quem destina
A mão de longa idade.
Ah! se ao meu contrário entre as chamas vira,
Eu mesmo, sim, da morte
Aos ombros o remira.
Inda por ele muito mais obrara.
E se nada servisse,
Fizera então, Amigo, o que fizeste;
Gemera, e suspirara.
Oh! quanto são duráveis as cadeias
De uma amizade, quando
Se dão iguais idéias!
Se apesar dos estorvos se sustinha
Nossa união sincera,
Foi por ser a minha alma igual à tua,
E a tu igual à minha.
Se o caro Amigo te merece tanto,
Lá lhe fica a sua alma,
Limpa-lhe o terno pranto.
De quem eu falo, és tu, Marília bela.
Ah! sim, honrado Amigo,
Se enxugar não puderes os seus olhos,
Pranteia então com ela.
Lira XVII
Se lá te chegarem
Aos ternos ouvidos
Uns tristes gemidos,
Repara, Marília,
Verás, que são meus.
As! dá-lhes abrigo,
Marília, nos peitos;
Aqui os conserva
Em laços estreitos,
Unidos aos teus.
O vento ligeiro,
De ouvi-los movido,
Os pede a Cupido,
Que a todos apanha,
E lá tos vai por.
Ah! não os desprezes,
Porque se conspira
O Céu em meu dano,
E a glória me tira
De honrado Pastor.
Tem estes suspiros
Motivo dobrado;
Perdi o meu gado;
Perdi, que mais vale,
O bem de te ver.
Se os não receberes,
Amante por ora,
Por serem de um triste,
Os deves, Pastora,
Por honra acolher.
Virá, minha Bela,
Virá uma idade,
Que, vista a verdade,
Gostosa me entregues
O teu coração.
Os crimes desonram,
Se são existentes;
Os ferros, que oprimem
As mãos inocentes,
Infames não são.
Chegando este dia,
Os braços daremos:
Então mandaremos
De gosto, e ternura
Suspiros aos Céus.
Por-me-ão no sepulcro
A honrosa inscrição:
"Se teve delito,
"Só foi a paixão,
"Que a todos faz réus".
Lira XVIII
Eu, Marília, não fui nenhum Vaqueiro,
Fui honrado Pastor da tua aldeia;
Vestia finas lãs, e tinha sempre
A minha choça do preciso cheia.
Tiraram-me o casal, e o manso gado,
Nem tenho, a que me encoste, um só cajado.
Para ter que te dar, é que eu queria
De mor rebanho ainda ser o dono;
Prezava o teu semblante, os teus cabelos
Ainda muito mais que um grande Trono.
Agora que te oferte já não vejo
Além de um puro amor, de um são desejo.
Se o rio levantado me causava,
Levando a sementeira, prejuízo,
Eu alegre ficava apenas via
Na tua breve boca um ar de riso.
Tudo agora perdi; nem tenho o gosto
De ver-te aos menos compassivo o rosto.
Propunha-me dormir no teu regaço
As quentes horas da comprida sesta,
Escrever teus louvores nos olmeiros,
Toucar-te de papoulas na floresta.
Julgou o justo Céu, que não convinha
Que a tanto grau subisse a glória minha.
Ah! minha Bela, se a Fortuna volta,
Se o bem, que já perdi, alcanço, e provo;
Por essas brancas mãos, por essas faces
Te juro renascer um homem novo;
Romper a nuvem, que os meus olhos cerra,
Amar no Céu a Jove, e a ti na terra.
Fiadas comprarei as ovelhinhas,
Que pagarei dos poucos do meu ganho;
E dentro em pouco tempo nos veremos
Senhores outra vez de um bom rebanho.
Para o contágio lhe não dar, sobeja
Que as afague Marília, ou só que as veja.
Se não tivermos lãs, e peles finas,
Podem mui bem cobrir as carnes nossas
As peles dos cordeiros mal curtidas,
E os panos feitos com as lãs mais grossas.
Mas ao menos será o teu vestido
Por mãos de amor, por minhas mão cosido.
Nós iremos pescar na quente sesta
Com canas, e com cestos os peixinhos:
Nós iremos caçar nas manhãs frias
Com a vara envisgada os passarinhos.
Para nos divertir faremos quanto
Reputa o varão sábio, honesto e santo.
Nas noites de serão nos sentaremos
C’os filhos, se os tivermos, à fogueira;
Entre as falsas histórias, que contares,
Lhes contarás a minha verdadeira.
Pasmados te ouvirão; eu entretanto
Ainda o rosto banharei de pranto.
Quando passarmos juntos pela rua,
Nos mostrarão c’o dedo os mais Pastores;
Dizendo uns para os outros: "Olha os nossos
"Exemplos da desgraça, e são amores”.
Contentes viveremos desta sorte,
Até que chegue a um dos dois a morte.
Lira XIX
Vejo, Marília,
Que o nédio gado
Anda disperso
No monte, e prado;
Que assim sucede
Ao desgraçado,
Que a perder chega
O seu Pastor.
Mas inda sofro
A viva dor.
Também conheço,
Que os Pegureiros,
Que apascentavam
Os meus cordeiros,
Dão suspiros,
E verdadeiros,
Porque perderam
Um pai no amor.
Mas inda sofro
A viva dor.
Eu mais alcanço,
Que a minha herdade,
Estando eu preso,
Sofrer não há de
Nem a charrua,
E nem a grade;
Que a mão lhe falta
Do Lavrador.
Mas inda sofro
A viva dor.
Mas quando sobe
À minha idéia,
Que tu ficaste
Lá nessa aldeia,
De mil cuidados
E mágoa cheia,
Das paixões minhas
Não sou senhor.
Eu já não sofro
A viva dor.
A quanto chega
A pena forte!
Pesa-me a vida,
Desejo a morte,
A Jove acuso,
Maldigo a sorte,
Trato a Cupido
Por um traidor.
Eu já não sofro
A viva dor.
Mas este excesso
Perdão merece,
E dele Jove
Se compadece:
Que Jove, ó Bela,
Mui bem conhece,
Aonde chega
Paixão de amor.
Eu já não sofro
A viva dor.
Lira XX
Dirceu te deixa, ó Bela,
De padecer cansado;
Frio suor já banha
Seu rosto descorado;
O sangue já não gira pela veia,
Seus pulsos já não batem,
E a clara luz dos olhos se baceia:
A lágrima sentida já lhe corre;
Já pára a convulsão, suspira, e morre.
Seu espírito chega
Onde se pune o erro:
Late o cão, e se lhe abrem
Grossos portões de ferro.
Aos severos Juízes se apresenta,
E com sentidas vozes
Toda a sua tragédia representa;
Enche-se de ternura, e novo espanto
O mesmo inexorável Radamanto.
Abre um pasmado a boca,
E a pedra não despede;
Outro já não se lembra
Da fome, e mais da sede;
Descansa o curvo bico, e a garra ímpia
Negro abutre esfaimado;
Nem na roca medonha a Parca fia.
Até as mesmas Fúrias inclementes
Deixam cair das unhas as serpentes.
Já votam os Juízes;
E o Rei Plutão lhe ordena
Deixe o sítio, em que moram
Almas dignas de pena.
Já sai do escuro Reino, e da memória
Lhe passa tudo quanto
Ou pode dar-lhe mágoa, ou dar-lhe glória
Só, bem que o gosto as turvas águas tome,
Inda, Marília, inda diz teu nome.
Entra já nos Elísios,
Campinas venturosas,
Que mansos rios cortam,
Que cobrem sempre as rosas.
Escuta o canto das sonoras aves,
E bebe as águas puras,
Que o mel, e do que o leite mais suaves,
"Aqui, diz ele, espero a minha Bela;
"Aqui contente viverei com ela.”
"Aqui...” Porém aonde
Me leva a dor ativa?
É ilusão desta alma;
Jove inda quer que eu viva.
Eu devo sim gozar teus doces laços;
E em paga de meus males,
Devo morrer, Marília, nos teus braços.
Então eu passarei ao Reino amigo,
E tu irás depois lá ter comigo.
Lira XXI
Não molho, Marília,
De pranto a masmorra
Que o terno Cupido
Não voe, e não corra,
A i-lo apanhar.
Estende-o nas asas,
Sobre ele suspira,
Por fim se retira,
E vai-to levar.
Se o moço não mente,
Os tristes gemidos,
Os ais lastimosos
Os guarda unidos,
Marília, c’os teus;
As lágrimas nossas
No seio amontoa,
Forma asas, e voa,
Vai pô-las nos Céus.
A Deusa formosa,
Que amava aos Troianos,
Livrá-los querendo
De riscos, e danos,
A Jove buscou.
As águas, que o rosto
Da Deusa banharam,
A Jove abrandaram,
Assim os salvou.
Confia-te, ó Bela,
Confia-te em Jove,
Ainda se abranda,
Ainda se move
Com ânsias de amor.
O pranto de Vênus,
Que obrou no pai tanto,
Não tem que o teu pranto
Apreço maior.
Lira XXII
Nesta triste masmorra,
De um semivivo corpo sepultura,
Inda, Marília, adoro
A tua formosura.
Amor na minha idéia te retrata;
Busca extremoso, que eu assim resista
À dor imensa, que me cerca, e mata.
Quando em meu mal pondero,
Então mais vivamente te diviso:
Vejo o teu rosto, e escuto
A tua voz, e riso.
Movo ligeiro para o vulto os passos;
Eu beijo a tíbia luz em vez de face;
E aperto sobre o peito em vão os braços
Conheço a ilusão minha;
A violência da mágoa não suporto;
Foge-me a vista, e caio,
Não sei se vivo, ou morto.
Enternece-se Amor de estrago tanto;
Reclina-me no peito, e com mão terna
Me limpa os olhos do salgado pranto.
Depois que represento
Por lago espaço a imagem de um defunto,
Movo os membros, suspiro,
E onde estou pergunto.
Conheço então que amor me tem consigo;
Ergo a cabeça, que inda mal sustento,
E com doente voz assim lhe digo:
"Se queres ser piedoso,
"Procura o sítio em que Marília mora,
"Pinta-lhe o meu estrago,
"E vê, Amor, se chora.
"Se lágrimas verter, se a dor a arrasta,
"Uma delas me traze sobre as penas,
"E para alívio meu só isto basta”.
Lira XXIII
Se me viras com teus olhos
Nesta masmorra metido,
De mil idéias funestas,
E cuidados combatido,
Qual seria, ó minha Bela,
Qual seria o teu pesar?
À força da dor cedera,
E nem estaria vivo,
Se o menino Deus vendado,
Extremoso, e compassivo,
Com o nome de Marília
Não me viesse animar.
Deixo a cama ao romper d’alva;
O meio-dia tem dado,
E o cabelo ainda flutua
Pelas costas desgrenhado.
Não tenho valor, não tenho,
Nem para de mim cuidar.
Diz-me Cupido: "E Marília
"Não estima este cabelo?
"Se o deixas perder de todo,
"Não se há de enfadar ao vê-lo?”
Suspiro, pego no pente,
Vou logo o cabelo atar.
Vem um tabuleiro entrando
De vários manjares cheio;
Põe-se na mesa a toalha,
E eu pensativo passeio:
De todo o comer esfria,
Sem nele poder tocar.
"Eu entendo que a matar-te,
"Diz amor, te tens proposto;
"Fazes bem: terá Marília
"Desgosto sobre desgosto”.
Qual enfermo c’o remédio,
Me aflijo, mas vou jantar.
Chegam as horas, Marília,
Em que o Sol já se tem posto;
Vem-me à memória que nelas
Vi à janela teu rosto:
Reclino na mão a face,
E entro de novo a chorar.
Diz-me Cupido: "Já basta,
"Já basta, Dirceu, de pranto;
"Em obséquio de Marília
"Vai tecer teu doce canto”.
Pendem as fontes dos olhos,
Mas eu sempre vou cantar.
Vem o Forçado acender-me
A velha, suja candeia;
Fica, Marília, a masmorra
Inda mais triste, e mais feia.
Nem mais canto, nem mais posso
Uma só palavra dar.
Diz-me Cupido: "São horas
"De escrever-se o que está feito.”
Do azeite, e da fumaça
Uma nova tinta ajeito;
Tomo o pau, que pena finge,
Vou as Liras copiar.
Sem que chegue o leve sono,
Canta o Galo a vez terceira;
Eu digo a Amor, que fico
Sem deitar-me a noite inteira;
Faço mimos, e promessas
Para ele me acompanhar.
Ele diz, que em dormir cuide,
Que hei de ver Marília em sonho,
Não respondo uma palavra,
A dura cama componho,
Apago a triste candeia,
E vou-me logo deitar.
Como pode a tais cuidados
Resistir, ó minha Bela,
Quem não tem de Amor a graça;
Se eu, que vivo à sombra dela,
Inda vivo desta sorte,
Sempre triste a suspirar?
Lira XXIV
Que diversas que são, Marília, as horas,
Que passo na masmorra imunda, e feia,
Dessas horas felizes, já passadas
Na tua pátria aldeia!
Então eu me ajuntava com Glauceste;
E à sombra de alto Cedro na campina
Eu versos te compunha, e ele os compunha
À sua cara Eulina.
Cada qual o seu canto aos Astros leva;
De exceder um ao outro qualquer trata;
O eco agora diz: "Marília terna”;
E logo: "Eulina ingrata”.
Deixam os mesmos Sátiros as grutas.
Um para nós ligeiro move os passos;
Ouve-nos de mais perto, e faz a flauta
C’os pés em mil pedaços.
"Dirceu, clama um Pastor, ah! bem merece
"Da cândida Marília a formosura.
"E aonde, clama o outro, quer Eulina
"Achar maior ventura?”
Nenhum Pastor cuidava do rebanho,
Enquanto em nós durava esta porfia.
E ela, ó minha Amada, só findava
Depois de acabar-se o dia.
À noite te escrevia na cabana
Os versos, que de tarde havia feito;
Mal tos dava, e os lia, os guardavas
No casto e branco peito.
Beijando os dedos dessa mão formosa,
Banhados com as lágrimas do gosto,
Jurava não cantar mais outras graças,
Que as graças do teu rosto.
Ainda não quebrei o juramento,
Eu agora, Marília, não as canto;
Mas inda vale mais que os doces versos
A voz do triste pranto.
Lira XXV
Por morto, Marília,
Aqui me reputo:
Mil vezes escuto
O som do arrastado,
E duro grilhão.
Mas, ah! que não reme,
Não treme de susto
O meu coração.
A chave lá soa
Na porta segura;
Abre-se a escura,
Infame masmorra
Da minha prisão.
Mas, ah! que não treme,
Não treme de susto
O meu coração.
Já o Torres se assenta;
Carrega-me o rosto;
Do crime suposto
Com mil artifícios
Indaga a razão.
Mas, ah! que não treme,
Não treme de susto
O meu coração.
Eu vejo, Marília,
A mil inocentes,
Nas cruzes pendentes
Por falsos delitos,
Que os homens lhes dão.
Mas, ah! que não treme,
Não treme de susto
O meu coração.
Se penso que posso
Perder o gozar-te,
E a glória de dar-te
Abraços honestos,
E beijos na mão.
Marília, já treme,
Já treme de susto
O meu coração.
Repara, Marília,
O quanto é mais forte
Ainda que a morte,
Num peito esforçado,
De amor a paixão.
Marília, já treme,
Já treme de susto
O meu coração.
Lira XXVI
Não praguejes, Marília, não praguejes
A justiceira mão, que lança os ferros;
Não traz debalde a vingadora espada;
Deve punir os erros.
Virtudes de Juiz, virtudes de homem
As mãos se deram, e em seu peito moram.
Manda prender ao Réu austera a boca,
Porém seus olhos choram.
Se à inocência denigre a vil calúnia,
Que culpa aquele tem, que aplica a pena?
Não é o Julgador, é o processo,
E a lei, quem nos condena.
Só no Averno os Juízes não recebem
Acusação, nem prova de outro humano;
Aqui todos confessam suas culpas,
Não pode haver engano.
Eu vejo as Fúrias afligindo aos tristes:
Uma o fogo chega, outra as serpes move;
Todos maldizem sim a sua estrela,
Nenhum acusa a Jove.
Eu também inda adoro ao grande Chefe,
Bem que a prisão me dá, que eu não mereço.
Qual eu sou, minha Bela, não me trata,
Trata-me qual pareço.
Quem suspira, Marília, quando pune
Ao vassalo, que julga delinqüente,
Que gosto não terá, podendo dar-lhe
As honras de inocente?
Tu vences, Barbacena, aos mesmos Titos
Nas sãs virtudes, que no peito abrigas:
Não honras tão-somente a quem premeias,
Honras a quem castigas.
Lira XXVII
Eu vou, Marília, vou brigar co’as feras!
Uma soltaram, eu lhe sinto os passos;
Aqui, aqui a espero
Nestes despidos braços.
É um malhado tigre: a mim já corre,
Ao peito o aperto, estalam-lhe as costelas,
Desfalece, cai, urra, treme, e morre.
Vem agora um Leão: sacode a grenha,
Com faminta paixão a mim se lança;
Venha embora; que o pulso
Ainda não se cansa.
Oprimo-lhe a garganta, a língua estira,
O corpo lhe fraqueia, os olhos incham,
Açoita o chão convulso, arqueja, e expira.
Mas que vejo, Marília! Tu te assustas?
Entendes que os destinos inumanos
Expõem a minha vida
No circo dos Romanos?
Com ursos, e com onças eu não luto:
Luto c’o bravo monstro, que me acusa,
Que os tigres, e leões mais fero e bruto.
Embora contra mim raivoso esgrima
Da vil calúnia a cortadora espada;
Uma alma, qual eu tenho,
Não se receia a nada.
Eu hei de, sim, punir-lhe a insolência,
Pisar-lhe o negro colo, abrir-lhe o peito
Co’as armas invencíveis da inocência.
Ah! quando imaginar, que vingativo
Mando que desça ao Tártaro profundo,
Hei de com mão honrada
Erguer-lhe o corpo imundo.
Eu então lhe direi: "Infame, indigno,
"Obras como costuma o vil humano;
"Faço, o que faz um coração divino.”
Lira XXVIII
Minha Marília,
O passarinho,
A quem roubaram
Ovos, e ninho,
Mil vezes pousa
No seu raminho;
Piando finge
Que anda a chorar.
Mas logo voa
Pela espessura,
Nem mais procura
Este lugar.
Se acaso a vaca
Perde a vitela,
Também nos mostra
Que se desvela;
O pasto deixa,
Muge por ela,
Até na estrada
A vem buscar.
Em poucos dias,
Ao que parece,
Dela se esquece,
E vai pastar.
O voraz Tempo,
Que o ferro come,
Que aos mesmos Reinos
Devora o nome;
Também Marília,
Também consome
Dentro do peito
Qualquer pesar.
Ah! só não pode
Ao meu tormento
Por um momento
Alívio dar.
Também, ó Bela,
Não há quem viva
Instantes breves
Na chama ativa;
Derrete ao bronze;
Sendo excessiva,
Ao mesmo seixo
Faz estalar.
Mas do amianto
A febre dura
Na chama atura
Sem se queimar.
Também, Marília,
Não há quem negue,
Que bem que o fogo
Nos óleos pegue,
Que bem que em línguas,
Às nuvens chegue,
À força d’água
Se há de apagar.
Se a negra pedra
Nós acendemos,
Com água a vemos
Mais s’inflamar.
O meu discurso,
Marília, é reto:
A pena iguala
Ao meu afeto.
O amor, que nutro,
Ao teu aspecto,
E ao teu semblante,
É singular.
Ah! nem o tempo,
Nem inda a morte
A dor tão forte
Pode acabar.
Lira XXIX
Aquele, a quem fez cego a natureza,
C’o bordão palpa, e aos que vêm pergunta;
Ainda se despenha muitas vezes,
E dois remédios junta!
De ser cega a Fortuna eu não me queixo;
Sim me queixo de que má cega seja:
Cega, que nem pergunta, nem apalpa,
É porque errar deseja.
A quem não tem virtudes, nem talentos,
Ela, Marília, faz de um Cetro dono:
Cria num pobre berço uma alma digna
De se sentar num Trono.
A quem gastar não sabe, nem se anima,
Entrega as grossas chaves de um tesouro;
E lança na miséria a quem conhece
Para que serve o ouro.
A quem fere, a quem rouba, a infame deixa
Que atrás do vício em liberdade corra;
Eu amo as leis do Império, ela me oprime
Nesta vil masmorra.
Mas ah! minha Marília, que esta queixa
Co’a sólida razão se não coaduna;
Como me queixo da Fortuna tanto,
Se sei não há Fortuna?
Os Fados, os Destinos, essa Deusa,
Que os Sábios fingem, que uma roda move,
É só a oculta mão da Providência,
A sábia mão de Jove.
Não é que somos cegos, que não vemos
A que fins nos conduz por estes modos;
Por torcidas estradas, ruins veredas
Caminha ao bem de todos.
Alegre-se o perverso com as ditas;
C’o seu merecimento o virtuoso;
Parecer desgraçado, ó minha Bela,
É muito mais honroso.
Lira XXX
A minha amada
É mais formosa,
Que branco lírio,
Dobrada rosa,
Que o cinamomo,
Quando matiza
Co’a folha a flor.
Vênus não chega
Ao meu Amor.
Vasta campina
De trigo cheia,
Quando na sesta
C’o vento ondeia,
Ao seu cabelo,
Quando flutua,
Não é igual.
Tem a cor negra,
Mas quanto val’!
Os astros, que andam
Na esfera pura,
Quando cintilam
Na noite escura,
Não são, humanos,
Tão lindos como
Seus olhos são;
Que ao Sol excedem
Na luz, que dão.
Às brancas faces,
Ah! não se atreve
Jasmim de Itália,
Nem inda a neve,
Quando a desata
O Sol brilhante
Com seu calor.
São neve, e causam
No peito ardor.
Na breve boca
Vejo enlaçadas
As finas per’las
Com as granadas;
A par dos beiços
Rubins da Índia
Têm preço vil.
Neles se agarram
Amores mil.
Se não lhe desse,
Compadecido,
Tanto socorro
O Deus Cupido;
Se não vivera
No peito seu;
Já morto estava
O bom Dirceu.
Vê quanto pode
Teu belo rosto;
E de gozá-lo
O vivo gosto!
Que, submergido
Em um tormento
Quase infernal,
Porqu’inda espero,
Resisto ao mal.
Lira XXXI
Detém-te, vil humano;
Não espremas a cicuta
Para fazer-me dano.
O sumo, que ela dá, é pouco forte;
Procura outras bebidas,
Que apressem mais a morte.
Desce ao Reino profundo,
Ajunta aí venenos,
Que nunca visse o mundo;
Traze o negro licor, que tem nos dentes,
Nos dentes denegridos
As raivosas serpentes.
Cachopo levantado,
Que pôs a natureza
Dentro no mar salgado,
Não se abala no meio da tormenta;
Bem que uma onda, e outra onda
Sobre ele em flor rebenta.
Árvore, que na terra
As robustas raízes,
Buscando o centro, a ferra,
Não teme ao furacão mais violento,
E menos, se se deixa
Vergar do rijo vento.
Sou tronco, e rocha, ó Bela,
Que açoita o Sul, que brama,
E o mar, que se encapela:
Não temas que do rosto a cor se mude;
Vence as rochas, e os troncos
A sólida Virtude.
A maior desventura
É sempre a que nos lança
No horror da sepultura:
O covarde a morrer também caminha;
Com que males não pode
Uma alma como a minha?
Lira XXXII
Eu descubro procurar-me
Gentil mancebo, e louro;
Trazia a testa adornada
Com folhas de verde louro.
Vejo ser o Pai das Musas,
E me entrega a lira d’ouro.
"Já basta, me diz, ó filho,
"Já basta de sentimento;
"O cansado peito exige
"Um breve contentamento:
"Louva a formosa Marília
"Ao som do meu instrumento”.
Firo as cordas; mas que importa?
A dor não sossega entanto:
Ergo a voz; então reparo
Que, quanto mais corre o pranto,
É mais doce, e mais sonoro
Meu terno, e saudoso canto.
Apolo fitou os olhos
Na mão que regia o braço;
E depois de estar suspenso,
De me ouvir um largo espaço,
Assim diz: "O Deus Cupido,
"Faz inda mais, do que eu faço.
"Eu te dou a minha lira:
"Louva, louva a tua Bela;
"Porém vê que ta concedo
"Com condição, e cautela...”
Eu lhe corto a voz dizendo,
Que só canto me honra dela.
Lira XXXIII
O Pai das Musas,
O Pastor louro
Deu-me, Marília,
Para cantar-te
A lira de ouro.
As cordas firo;
O brando vento
Teus dotes leva
Nas brancas asas
Ao firmamento.
"O teu cabelo
"Vale um tesouro;
"Um só me adorna
"A sábia fronte
"Melhor que o louro.
"Nesses teus olhos
"Amor assiste;
"Deles faz guerra;
"Ninguém lhe foge,
"Ninguém resiste.
"Algumas vezes
"Eu o diviso
"Também oculto
"Nas lindas covas
"Que faz teu riso.
"Nesses teus peitos
"Têm os seus ninhos
"Destros Amores;
"Neles se geram
"Os Cupidinhos.
"Vences a Vênus,
"Quando com arte
"As armas toma,
"Porque mais prenda
"Ao fero Marte”.
Eu produzia
Estas idéias,
Quando, Marília,
O som escuto
De vis cadeias.
Dou um suspiro,
Corre o meu pranto;
E, inda bebendo
Lágrimas tristes,
De novo canto:
"Sou da constância
"Um vivo exemplo:
"E vós, ó ferros,
"Honrareis inda
"De Amor o Templo”.
Lira XXXIV
Roubou-me, ó minha Amada, a sorte ímpia
Quanto de meu gozava
Num só funesto dia;
Honras de maioral, manada grossa,
Fértil, extensa herdade,
Bem reparada choça.
Meteu-se nesta infame sepultura,
Que é sepulcro sem honras,
Breve masmorra, escura.
Aqui, ó minha amada, nem consigo
Venha outro desgraçado
Sentir também comigo:
Mas se esta companhia não mereço,
Os Deuses me dão outra,
Ainda de mais apreço.
Não é, não, ilusão o que te digo;
Tu mesma me acompanhas;
Peno, mas é contigo.
Não vejo as tuas faces graciosas,
Os teus soltos cabelos,
As tuas mãos mimosas.
Se eu as visse, infeliz me não dissera,
Bem que subira ao Potro
Bem que na Cruz pendera.
Não ouço as tuas vozes magoadas,
Com ardentes suspiros
Às vezes mal formadas.
Mas vejo, ó cara, as tuas letras belas,
Uma por um beijo,
E choro então sobre elas.
Tu me dizes que siga o meu destino;
Que o teu amor na ausência
Será leal, e fino.
De novo a carta ao coração aperto,
De novo a molha o pranto,
Que de ternura verto.
Ah! leve muito embora o duro Fado
A tudo, quanto tenho
Com meu suor ganhado.
Eu juro que do roubo nem me queixe,
Contanto, ó minha cara,
Que este só bem me deixe.
Que males voluntários não sentiram,
Os que te amam, somente
Porque menos te ouviram?
Dê pois aos mais seus bens a Deusa cega;
Que eu tenho aquela glória,
Que a mil felizes nega.
Lira XXXV
Não hás de ter horror, minha Marília,
De tocar pulso, que sofreu os ferros!
Infames impostores mos lançaram,
E não puníveis erros.
Esta mão, esta mão, que ré parece,
Ah! não foi uma vez, não foi só uma,
Que em defesa dos bens, que são do Estado,
Moveu a sábia pluma,
É certo, minha amada, sim é certo
Qu’eu aspirava a ser de um Cetro o dono;
Mas este grande império, que eu firmava,
Tinha em teu peito o trono.
As forças, que se opunham, não batiam
Da grossa peça, e do mosquete os tiros;
Só eram minhas armas os soluços,
Os rogos, e os suspiros.
De cuidados, desvelos, e finezas
Formava, ó minha Bela, os meus guerreiros;
Não tinha no meu campo estranhas tropas;
Que amor não quer parceiros.
Mas pode ainda vir um claro dia,
Em que estas vis algemas, estes laços
Se mudem em prisões de alívios cheias
Nos teus mimosos braços.
Vaidoso então direi: "Eu sou Monarca;
"Dou leis, que é mais, num coração divino!
"Sólio que ergueu o gosto, e não a força,
"É que é de apreço digno”.
Lira XXXVI
Meu sonoro Passarinho,
Se sabes do meu tormento,
E buscas dar-me, cantando,
Um doce contentamento,
Ah! não cantes, mais não cantes,
Se me queres ser propício;
Eu te dou em que me faças
Muito maior benefício.
Ergue o corpo, os ares rompe,
Procura o Porto da Estrela,
Sobe à serra, e se cansares,
Descansa num tronco dela,
Toma de Minas a estrada,
Na Igreja nova, que fica
Ao direito lado, e segue
Sempre firme a Vila Rica.
Entra nesta grande terra,
Passa uma formosa ponte,
Passa a segunda, a terceira
Tem um palácio defronte.
Ele tem ao pé da porta
Uma rasgada janela,
É da sala, aonde assiste
A minha Marília bela.
Para bem a conheceres,
Eu te dou os sinais todos
Do seu gesto, do seu talhe,
Das suas feições, e modos.
O seu semblante é redondo,
Sobrancelhas arqueadas,
Negros e finos cabelos,
Carnes de neve formadas.
A boca risonha, e breve,
Suas faces cor-de-rosa,
Numa palavra, a que vires
Entre todas mais formosa.
Chega então ao seu ouvido,
Dize, que sou quem te mando,
Que vivo neta masmorra,
Mas sem alívio penando.
Lira XXXVII
Se o vasto mar se encapela,
E na rocha em flor rebenta,
Grossa nau, que não tem leme,
Em vão sustentar-se intenta;
Até que naufraga, e corre
À discrição da tormenta.
Quem não tem uma beleza,
Em que ponha o seu cuidado;
Se o Céu se cobre de nuvens,
E se assopra o vento irado,
Não tem forças que resistam
Ao impulso do seu fado.
Nesta sombria masmorra,
Aonde, Marília, vivo,
Encosto na mão o rosto,
Ah! que imagens tão funestas
Me finge o pesar ativo.
Parece que vejo a honra,
Marília, toda enlutada;
A face de um pai rugosa,
Num mar de pranto banhada;
Os amigos macilentos,
E a família consternada.
Quero voltar os meus olhos
Para outro diverso lado;
Vejo numa grande praça
Um teatro levantado;
Vejo as cruzes, vejo os potros,
Vejo o alfanje afiado.
Um frio suor me cobre,
Laxam-se os membros, suspiro;
Busco alívio às minhas ânsias,
Não o descubro, deliro.
Já, meu Bem, já me parece
Que nas mãos da morte expiro.
Vem-me então ao pensamento
A tua testa nevada,
Os teus meigos, vivos olhos,
A tua face rosada,
Os teus dentes cristalinos,
A tua boca engraçada.
Qual, Marília, a estrela d’alva,
Que a negra noite afugenta;
Qual o Sol, que a névoa espalha
Apenas a terra aquenta;
Ou qual Íris, que o Céu limpa,
Quando se vê na tormenta:
Assim, Marília, desterro
Triste ilusão, e demência;
Faz de novo o seu ofício
A razão, e a prudência;
E firmo esperanças doces
Sobre a cândida inocência.
Restauro as forças perdidas,
Sobe a viva cor ao rosto,
Gira o sangue pela veia,
E bate o pulso composto:
Vê, Marília, o quanto pode
Contra meus males teu rosto.
Lira XXXVIII
Eu vejo aquela Deusa,
Astréia pelos sábios nomeada;
Traz nos olhos a venda,
Balança numa mão, na outra espada.
O vê-la não me causa um leve abalo,
Mas, antes, atrevido,
Eu a vou procurar, e assim lhe falo:
Qual é o povo, dize,
Que comigo concorre no atentado?
Americano Povo!
O Povo mais fiel e mais honrado!
Tira as Praças das mãos do injusto dono,
Ele mesmo as submete
De novo à sujeição do Luso Trono!
Eu vejo nas histórias
Rendido Pernambuco aos Holandeses;
Eu vejo saqueada
Esta ilustre Cidade dos Franceses;
Lá se derrama o sangue Brasileiro;
Aqui não basta, supre
Das roubadas famílias o dinheiro...
Enquanto assim falava,
Mostrava a Deusa não me ouvir com gosto;
Punha-me a vista tesa,
Enrugava o severo e aceso rosto.
Não suspendo contudo no que digo;
Sem o menor receio,
Faço que a não entendo, e assim prossigo:
Acabou-se, tirana,
A honra, o zelo deste Luso Povo?
Não é aquele mesmo,
Que estas ações obrou? É outro novo?
E pode haver direito, que te mova
A supor-nos culpados,
Quando em nosso favor conspira a prova?
Há em Minas um homem,
Ou por seu nascimento, ou seu tesouro,
Que aos outros mover possa
À força de respeito, à força d’ouro?
Os bens de quantos julgas rebelados
Podem manter na guerra,
Por um ano sequer, a cem soldados?
Ama a gente assisada
A honra, a vida, o cabedal tão pouco,
Que ponha uma ação destas
Nas mãos dum pobre, sem respeito e louco?
E quando a comissão lhe confiasse,
Não tinha pobre soma,
Que por paga, ou esmola, lhe mandasse!
Nos limites de Minas,
A quem se convidasse não havia?
Ir-se-iam buscar sócios
Na Colônia também, ou na Bahia?
Está voltada a Corte Brasileira
Na terra dos Suíços,
Onde as Potências vão erguer bandeira?
O mesmo autor do insulto
Mais a riso, do que a temor me move;
Dou-lhe nesta loucura,
Podia-se fazer Netuno ou Jove.
A prudência é tratá-lo por demente;
Ou prendê-lo, ou entregá-lo
Para dele zombar a moça gente.
Aqui, aqui a Deusa
Um extenso suspiro aos ares solta;
Repete outro suspiro,
E sem palavra dar, as costas volta.
Tu te irritas! lhe digo e quem te ofende?
Ainda nada ouviste
Do que respeita a mim; sossega, atende.
E tinha que ofertar-me
Um pequeno, abatido e novo Estado,
Com as armas de fora,
Com as suas próprias armas consternado?
Achas também que sou tão pouco esperto,
Que um bem tão contingente
Me obrigasse a perder um bem já certo?
Não sou aquele mesmo,
Que a extinção do débito pedia?
Já viste levantado
Quem à sombra da paz alegre ria?
Um direito arriscado eu busco, e feio,
E quero que se evite
Toda a razão do insulto, e todo o meio?
Não sabes quanto apresso
Os vagarosos dias da partida?
Que a fortuna risonha,
A mais formosos campos me convida?
Daqui nem ouro quero;
Quero levar somente os meus amores.
Eu, ó cega, não tenho
Um grosso cabedal, do mais herdado:
Não o recebi no emprego,
Não tenho as instruções dum bom soldado,
Far-me-iam os rebeldes o primeiro
No império que se erguia
À custa do seu sangue, e seu dinheiro?
Aqui, aqui de todo
A Deusa se perturba, e mais se altera;
Morde o seu próprio beiço;
O sítio deixa, nada mais espera.
Ah! vai-te, então lhe digo, vai-te embora;
Melhor, minha Marília,
Eu gastasse contigo mais esta hora.

Soneto
Obrei quando o discurso me guiava,
Ouvi aos sábios quando errar temia;
Aos bons no gabinete o peito abria,
Na rua a todos como iguais tratava.
Julgando os crimes nunca os votos dava
Mais duro, ou pio do que a Lei pedia;
Mas devendo salvar ao justo, ria,
E devendo punir ao réu, chorava.
Não foram, Vila Rica, os meus projetos
Meter em férreo cofre cópia d’ouro
Que farte aos filhos, e que chegue aos netos:
Outras são as fortunas, que me agouro,
Ganhei saudades, adquiri afetos,
Vou fazer destes bens melhor tesouro.


Versão 1.0 - 04/2003
Edição e Revisão - Marcelo Barbão
Fontes: Núcleo de Pesquisas em Informática,
Literatura e Linguística e Marília de Dirceu,
Edições Melhoramentos, 1964